IL
LAZIO E LA COSTITUENTE
in collaborazione
con l’Istituto Luigi Sturzo
e con l’Assessorato alla Cultura, Spettacolo
e Sport della Regione Lazio
Roma
26 gennaio 2007
Regione Lazio sala
Tevere
Via Cristoforo Colombo 212
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Costituenti
della Dc
Emanuele Bernardi e Maria Chiara Mattesini
Testo provvisorio non utilizzabile senza autorizzazione
da parte dell’autore
1. Il gruppo dei Costituenti
Dc, organizzazione e lavori preparatori della Democrazia cristiana
I voti ricevuti dalla Dc nel collegio XX Roma-Viterbo-Latina-Frosinone furono
451.841, il 32,4 % del totale, ed 11 furono gli eletti democristiani su 29 (altri
4 furono eletti nel collegio unico). Tale percentuale era leggermente inferiore
a quella nazionale (35%). I Costituenti della Democrazia cristiana eletti nel
collegio XX furono: Giulio Andreotti, Nicola Angelucci, Paolo Bonomi, Pietro
Campilli, Camillo Corsanego, Giacomo De Palma (subentrato ad Alcide De Gasperi),
Florestano Di Fausto, Francesco Dominedò, Igino Giordani, Angela Maria
Guidi Cingolani, Camillo Orlando (subentrato a Giuseppe Caronia).
Prima di esaminare il loro apporto ai lavori della Costituente, ci sembrano
opportune alcune riflessioni sugli eletti, a cominciare dalla loro età.
La generazione della fine del secolo era la maggioranza: 50 anni aveva la Cingolani,
51 Angelucci, 52 Giordani, 55 Corsanego e Campilli, 56 Di Fausto. L’età
media era dunque abbastanza alta, “mitigata” dai giovani come Andreotti
(27 anni) e Bonomi (36 anni). 43 anni aveva Dominedò e 47 De Palma.
Dal punto di vista degli studi compiuti, Dominedò era laureato in giurisprudenza,
così come Andreotti, Corsanego, De Palma e Orlando; Campilli e Bonomi
invece in economia e commercio, Giordani e Cingolani in lettere. Si può
quindi parlare di un elevato livello culturale, con la preponderanza dei laureati
in giurisprudenza.
Dal punto di vista delle preferenze, vi è da notare che Corsanego ottenne
nella circoscrizione un numero di preferenze inferiore solo a quello di De Gasperi
(46.157 contro 197.936). Corsanego veniva dalla Fuci, così come Campilli
e Andreotti. Partecipano – Campilli e Giordani – alla fondazione
del PPI. Campilli era già stato esponente della Consulta nazionale, così
come Corsanego, De Palma e Cingolani. 8 degli 11 erano nati nel Lazio, a dimostrazione
di un legame particolare con il territorio. Rispetto agli incarichi nella Costituente,
nessuno degli eletti nel Lazio aveva responsabilità ufficiali nella direzione
del gruppo democratico cristiano presso l’Assemblea.
I costituenti Dc del Lazio non hanno partecipato alla Resistenza, tranne Angelucci,
Dominedò e De Palma. Forse questo attenuava in alcuni di essi il senso
di discontinuità antifascista sentita invece dai costituenti che avevano
partecipato alla Resistenza, rafforzando nei primi la richiesta di normalizzazione
e, eventualmente, di continuità. Da qui si può anche capire il
perché di un maggior interesse per il territorio di alcuni rispetto ad
altri.
Già durante le ultime fasi della guerra e, successivamente, dopo la Liberazione,
grande era stato l’impegno della Democrazia cristiana, da poco costituita,
nel preparare quell’elaborazione teorica di cui si troverà traccia
anche in sede di dibattito durante i lavori dell’Assemblea. E fervido
fu anche l’impegno, come dimostrano alcuni documenti del Fondo Giuseppe
Spataro e del Fondo Guido Gonella, volto all’esplorazione da realizzare
su tutto il territorio nazionale in cerca di nominativi cui affidare incarichi
civili e politici nelle sedi periferiche del partito democristiano.
Nel Fondo Spataro vi è una sottoserie denominata “Regioni”
con un fascicolo riguardante il Lazio, contenente documenti senza data, ma presumibilmente
da riferirsi agli anni immediatamente successivi alla fine del conflitto. Questi
documenti attestano che Spataro (che ricoprì l’incarico di sottosegretario
alla presidenza del governo Bonomi fino al giugno del ’45, anno in cui
fu nominato sottosegretario all’Interno del governo Parri; carica, questa,
che mantenne anche nel primo governo De Gasperi) fu tra coloro che si occupò
di organizzare il nuovo partito democristiano e di dotarlo di uomini e strutture.
Nel fascicolo riguardante il Lazio, infatti, si trovano documenti che recano
liste di nominativi per Roma e le sue province, forse da utilizzare per i futuri
incarichi in Assemblea Costituente e nel governo . Vi è, inoltre, un
elenco di nominativi di docenti romani, oltre che di avvocati e liberi professionisti,
i cui nomi sono preceduti dalle sigle “prof.” e “dott.”.
Da ciò si deduce una particolare estrazione sociale e professionale dei
nominativi individuati. Un documento, soprattutto, riporta un elenco di nomi,
con relativi indirizzi, nel quale sono riportati anche i nomi di coloro che
furono eletti nella circoscrizione ventesima del Lazio, tra cui: Paolo Bonomi,
Pietro Campilli, Camillo Corsanego .
Nel 1943, il nuovo partito della Democrazia cristiana, come testimoniano i documenti
del Fondo Guido Gonella, predispose delle commissioni di studio per approfondire
le linee fondamentali sulle quali costruire il nuovo impianto ideologico e politico.
I punti programmatici individuati dalla Democrazia cristiana, che riguardavano
l’azione governativa da farsi, avrebbero avuto una larga eco anche durante
i dibattiti in Assemblea Costituente. In una seduta del 17 gennaio 1944, la
Commissione di studi di diritto costituzionale prendeva in esame le priorità
che il partito democristiano intendeva consacrare nel governo di coalizione
dei partiti antifascisti. Nel documento si legge: “La Commissione in seguito
ad ampio esame così fissa i punti che dovrebbero essere inseriti nel
manifesto governativo col seguente preambolo: A uno Stato accentratore tendente
a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale,
vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare,
che riconosce i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli
organismi naturali” .
Sono già esplicitate quelle concezioni etiche, ancora prima che politiche,
che sarebbero state il filo conduttore delle proposte democristiane: tutela
di quegli organismi, in primo luogo la famiglia, i cui diritti non sono originati
dallo Stato, ma dal loro essere innati nell’uomo; allo Stato è
affidato il compito della loro difesa e tutela. Le teorie del diritto positivo
e del diritto naturale vennero discusse e si contrapposero anche durante i dibattiti
in Assemblea. “Rispetto dei diritti della persona umana”: questo
il primo punto fondamentale che si legge nel documento e che divenne la conditio
sine qua non del programma della Democrazia cristiana. La riflessione sulla
valorizzazione dei diritti della persona era svolta nei confronti dello Stato
assolutizzante e anche Giorgio La Pira approfondì questo concetto connotandolo
di un forte significato antitotalitario e antiindividualistico . Membro della
prima sottocommissione, Giuseppe Dossetti, nel tentativo di trovare un terreno
comune con le altre forze politiche, propose un ordine del giorno che riconoscesse
la precedenza sostanziale della persona umana, la necessaria socialità
di tutte le persone e l’esistenza dei diritti fondamentali delle persone
e dei diritti delle comunità anteriori ad ogni concessione da parte dello
Stato. Come ha scritto Pietro Scoppola, “la formula persona umana, legata
ad una tradizione filosofica di ispirazione cristiana, non entrò nella
Costituzione, ma il contenuto di quell’ordine del giorno divenne, di fatto,
un punto di riferimento essenziale per la definizione dell’ideologia comune
della quale si avvertiva l’esigenza: proprio sulla base di quella concezione
solidaristica che il concetto di persona umana implicava, si raggiunse nella
prima parte della Costituzione una felice sintesi fra i diritti di libertà
della tradizione liberale e i valori di solidarietà ai quali i partiti
popolari erano più sensibili” . Gli altri punti che si leggono
nel documento sono temi altrettanto importanti: moralizzazione della vita pubblica,
rispetto del metodo democratico, rispetto dei diritti della famiglia, diffusione
della piccola proprietà, rispetto degli accordi tra Stato e Chiesa, riconoscimento
delle Regioni.
Un altro documento contenuto nel Fondo Gonella, rimanda all’importanza
di questi temi: “Base e fondamento primo di qualsiasi realtà sociale
è la persona umana, sintesi mirabile di anima e corpo… L’uomo
perciò è al centro di tutta la complessa struttura sociale…
Qualsiasi altra concezione che consideri l’uomo in funzione della società,
e non viceversa, appare nettamente contraria al punto di vista cristiano”
.
In una successiva seduta del 12 febbraio 1944, la Commissione di studi di diritto
costituzionale discuteva il progetto elaborato dalla Commissione sindacale del
partito per il nuovo ordinamento delle categorie professionali ed esprimeva
il parere che il futuro sindacato dovesse avere il carattere di ente pubblico,
“giacché – si legge nel dattiloscritto – quel carattere
importa che il sindacato persegua gli stessi fini dello Stato e non possa agire
in modo contrario agli interessi dello Stato, che esercita su di esso un potere
di vigilanza e di controllo. Ciò acquista notevole rilievo se si pensi
agli scopi che alcune correnti politiche estremistiche potrebbero tentare di
raggiungere attraverso gli organismi sindacali” . Interessante, infine,
la conclusione della seduta a proposito del diritto di sciopero, tema che verrà
dibattuto durante i lavori della Costituente: ”La Commissione costituzionale,
pur rendendosi conto che il progetto sindacale vuole andare incontro alle esigenze
di altri gruppi politici, rileva che esso si allontana in qualche modo dai postulati
del programma democratico-cristiano. Così, per esempio, ammette, con
alcune cautele, lo sciopero in contrasto con l’arbitrato collettivo obbligatorio
propugnato dal programma”.
Si rilevava, quindi, non solo l’attenzione per le posizioni degli altri
raggruppamenti politici, ma anche la preoccupazione, già sentita ancora
prima della fine della guerra, per le forze estremistiche che non riconoscevano
come proprio il metodo democratico o che, comunque, non ne davano sufficiente
garanzia. I timori, nutriti soprattutto verso il Partito comunista, emergeranno
poi, anche se “tenuti a bada”, durante i lavori dell’Assemblea:
ricerca di una sintesi e diffidenza furono i sentimenti che coesistettero fin
da subito.
Di questi stessi argomenti, si trova conferma anche in un altro documento dattiloscritto,
non datato né firmato, che reca la scritta “Riservato ai Democratici
cristiani”. Nel documento viene riportata la raccomandazione, per la ricostruzione
del sindacato, della denominazione “Camera confederale del lavoro”.
“Gli amici – si legge – devono sottolineare sempre e con insistenza
il Confederale che serve a distinguere i nuovi organismi dalle antiche rosse
camere del lavoro. Per ottenere l’integrale rispetto di queste norme gli
amici Democratici cristiani sono invitati ad espletare la più attenta
e continua vigilanza sull’operato degli altri partiti; eventuali ripetute
infrazioni siano subito comunicate all’Ufficio sindacale del Comitato
centrale del partito” . E’ interessante notare come la parte dattiloscritta
sottolineata, evidentemente ritenuta la più importante ed urgente, si
riferisca al tipo di rapporto da instaurarsi con gli altri partiti, in un clima
di paura e diffidenze.
La Democrazia cristiana, quindi, arrivò all’appuntamento delle
elezioni e poi del dibattito assembleare forte di una precedente preparazione
teorica. Quando iniziarono i lavori della Costituente già erano chiare
le linee guida che sarebbero state l’architettura della nuova Costituzione.
Ma arrivò a questi importanti appuntamenti elettorali e politici forte
anche di una sua organizzazione, in un contesto reso particolarmente difficile
dalla ricostruzione post bellica. In particolare, come ha scritto G. De Angelis-Curtis,
la ricostruzione dei partiti in provincia di Frosinone “ebbe bisogno di
un processo più laborioso che in altre parti d’Italia” .
Questa provincia venne definita come la più distrutta provincia d’Italia
dal prefetto Siragusa per superstiti, sfollati, profughi e reduci. Proprio per
questi motivi, la maggioranza della popolazione mostrò uno scarso interesse,
all’indomani della Liberazione, per le questioni di natura politica e
non si fece coinvolgere dai partiti che si stavano nel frattempo costituendo
o ricostituendo. Questo clima di sostanziale indifferenza perdurò anche
nel corso del 1945: “La massa della popolazione rimase indifferente alla
manifestazione per la Costituente organizzata il 14 ottobre ’45 a Frosinone
e nei centri più importanti della provincia” . A determinare questo
stato di sfiducia per le vicende politiche non furono soltanto le urgenti problematiche
connesse alla vita quotidiana, ma anche l’immaturità politica delle
masse popolari e la sensazione, da queste nutrita, che la politica fosse solo
un mezzo per interessi personali. Accresceva questo senso di sfiducia anche
il malcontento per la mancata adozione di provvedimenti nei confronti di quegli
individui compromessi col regime fascista che continuavano, invece, a godere
di vecchi privilegi o che ricoprivano cariche importanti nei partiti . Nonostante
i malumori e la sfiducia, i partiti diedero al momento organizzativo delle proprie
strutture enorme importanza. Il partito che da subito si inserì, dopo
la Liberazione, nella provincia di Frosinone fu il Partito comunista, il più
capace nel darsi un’organizzazione per colmare i vuoti istituzionali.
Oltre ai comunisti, i democristiani furono tra coloro che si adoperarono per
coinvolgere la popolazione e fare proselitismo . Nell’opera di organizzazione
della base democristiana fu importante il ruolo svolto da Nicola Angelucci,
il quale, eletto nelle liste della Dc per l’Assemblea Costituente, in
quest’ultima sede non ebbe, però, un ruolo significativo. Angelucci
face parte del Comitato di liberazione nazionale romano e a Cassino, dopo l’8
settembre del ’43, insieme a Luigi Sartori, coordinò gruppi spontanei
di persone allo scopo di disturbare le retrovie tedesche . Un anno dopo, verso
la fine del ’44, Angelucci sarebbe tornato a Cassino assieme a Camillo
Corsanego per constatare se vi fosse la possibilità di dare vita al partito
democristiano .
Di questa difficoltà iniziale dei partiti ne dà testimonianza
lo stesso Angelucci in una lettera a Ercole Chiri e Mario Scelba in data 30
giugno 1944. Angelucci riportava le notizie provenienti dal Comitato laziale
del partito democristiano: “Una promettente attività dei nostri
amici nelle zone laziali e una richiesta continua di indirizzo e di assistenza
organizzativa. Si domanda in particolare la presenza di Dirigenti e di Propagandisti
nei luoghi” . Nella lettera si affermava anche una “dinamica attività
dei comunisti, forniti di mezzi finanziari e di trasporto, nonché di
uno spirito di attacco superiore a quello dei nostri”. Angelucci scriveva,
inoltre, di un largo orientamento dei giovani, anche di coloro che erano studenti,
verso il comunismo. Questo era, come riportato da Angelucci, il quadro del Lazio
nel giugno del ’44. L’autore della lettera constatava che i mezzi
a disposizione della Democrazia cristiana erano nettamente inferiori a quelli
posseduti e usati dai comunisti e concludeva con un appello alla Giunta esecutiva
del partito affinché si adoperasse a trovare i mezzi necessari “per
fronteggiare il pericolo”: “Si faccia dunque qualche cosa per il
Lazio. Qualora la Giunta esecutiva si trovasse di provvedere sollecitatamene,
faccio viva preghiera perché venga sostituito nella Direzione del movimento
nel Lazio, non volendo io assumere la responsabilità di un inevitabile
insuccesso”. Il documento, oltre che testimoniare l’importanza di
Angelucci nell’organizzazione a livello regionale e locale, attesta anche
la difficoltà in cui la Democrazia cristiana si trovò nella sua
opera di proselitismo nel Lazio, a fronte, invece, di una rapida riorganizzazione
del Partito comunista. Ma già qualche mese dopo, nel novembre 1944, lo
stesso Angelucci scriveva una lettera ad Alcide De Gasperi di tutt’altro
tono. Per motivi di salute, dovuti al periodo della sua prigionia , chiedeva
un periodo di riposo e tranquillità dalle vicende della politica e del
partito pregandolo di accettare le dimissioni da segretario provinciale di Roma.
“Ti rimetterò – concludeva Angelucci – nei prossimi
giorni una relazione sulla attività svolta in questi ultimi mesi, che
mi permette di ritenere possa dare al Partito risultati concretamente proficui,
tanto che oramai nella quasi totalità dei comuni della Provincia vive
la sezione della D.C.” . Quindi, sul finire del 1944, i problemi organizzativi,
almeno per quanto riguarda una parte del Lazio, sembravano risolti con un risultato
più che soddisfacente: una sezione della Democrazia cristiana in quasi
tutti i comuni della provincia di Roma.
D’altra parte non è un caso che i primi a capire l’importanza
dell’organizzazione, della propaganda e del proselitismo col fine di un
più profondo radicamento nella realtà provinciale e nazionale
e, quindi, di un maggiore coinvolgimento della popolazione, siano stati i partiti
comunista e democristiano, cioè i partiti così detti “di
massa”. Su questo tema ha insistito in particolar modo Scoppola: “Il
fascismo era stato un regime di massa; aveva suscitato un consenso, non certo
affidato alla libera gara, ma esteso; per mobilitare il consenso si era servito
di strumenti nuovi. Solo grandi movimenti popolari, profondamente radicati nel
paese e nelle diverse culture popolari, potevano assumere l’eredità
del fascismo. Il fatto di comprendere o non comprendere questa realtà
è il primo elemento discriminante fra le forze politiche” . I partiti
assunsero un ruolo centrale nella costruzione della nuova democrazia e anche
durante i lavori dell’Assemblea Costituente. I tre vicepresidenti della
“commissione dei settantacinque” erano i rappresentanti dei partiti
di massa: Umberto Tupini per la Dc, Umberto Terracini per il Pci e Gustavo Ghidini
per il Psiup. I costituenti considerarono elemento essenziale del tipo di democrazia
che si doveva instaurare in Italia la forma – partito: “Era l’epoca
dei grandi partiti di militanza e il continuo riferimento all’evento resistenziale
non era il semplice tributo all’ideologia antifascista: era il richiamo
al fatto che i partiti, forza dirigenziale di quel movimento, avevano assunto
nel vuoto costituzionale le veci del potere statale” .
Mentre gli azionisti giudicarono negativamente la successione di De Gasperi
a Ferruccio Parri, Togliatti, in una sua intervista a L’Unità del
2 dicembre 1945, fu tra i primi a definire quell’evento un fatto positivo,
perché, per la prima volta, il leader di un partito di massa diventava
presidente del Consiglio . Del resto, Togliatti fu anche tra i primi a definire
il fascismo come un “regime di massa”, cogliendo così la
novità del modo di fare politica di Mussolini, ereditata, poi, dai partiti
popolari.
Le differenze tra partiti di élite e partiti di massa si fece sentire
anche in merito ai giudizi sui lavori della Costituente e sui suoi risultati.
Un “reciproco dare e avere”, quindi un compromesso nel senso deteriore
del termine, secondo Benedetto Croce e un “pateracchio” secondo
Gaetano Salvemini. Nei partiti di massa prevalse, invece, un giudizio positivo
su quello che era stato un compromesso, nel senso, però, di un reciproco
sforzo per ottenere risultati che avessero il più largo consenso popolare
: uno sforzo convinto e sincero nel cercare un impianto comune per la nuova
Costituzione. I partiti di èlite definirono questo metodo come un do
ut des, uno scambio dettato da meri interessi personalistici. I partiti popolari,
invece, proprio perché tali, sentirono l’esigenza di ottenere il
più largo plauso possibile di quella popolazione alla quale si richiamavano
anche nelle loro azioni politiche quotidiane e nella quale cercarono di radicarsi
profondamente nell’immediato dopoguerra.
Le varie forze politiche, soprattutto democristiani e comunisti, nonostante
le loro diverse impostazioni ideologiche, riuscirono a trovare una sintesi.
Quest’ultimo è un altro aspetto altrettanto significativo. Infatti,
si trattò di differenze che non toccavano la forma, bensì la sostanza
e che si presentavano ogniqualvolta si discuteva di un articolo da inserire
nella Costituzione. Contrasti che nascevano da un diverso modo di “sentire”
la libertà, lo Stato, la religione. Contrasti che investirono, in definitiva,
le zone profonde dell’uomo, quelle pre-politiche e pre-sociali. Proprio
per questo, allora, sembra che la Costituzione e i suoi lavori preparatori siano
stati, piuttosto che un “pateracchio”, un nobile compromesso. Né,
però, sarebbe giusta l’operazione inversa: far scadere la Costituzione
nella retorica del mito. Perché le divergenze vi furono, emersero forti
e accese, ma come ha testimoniato Andreotti, si stava lavorando a qualcosa che
doveva durare per sempre.
Non soltanto emersero concezioni sostanzialmente differenti, ma affiorarono
in modo esplicito paure, preoccupazioni e reciproci sospetti, da parte della
Dc e delle sinistre, che una delle due parti potesse essere messa “fuori
gioco”. Da una parte il timore con cui la Democrazia cristiana vedeva
socialisti e comunisti e la loro organizzazione ben radicata nel territorio.
Dall’altra parte, il timore dei comunisti e dei socialisti di vedere danneggiata
la propria posizione e la propria libertà di azione. Nonostante i contrasti
e le preoccupazioni, fu trovato, sì un compromesso, ma nel senso più
nobile del termine. Soprattutto considerando ciò che sarebbe avvenuto
dopo, con la guerra fredda che avrebbe inghiottito tutto, anche le migliori
intenzioni, viene da pensare l’Assemblea Costituente come una sorta di
“zona franca”, neutrale in qualche modo, nella quale si verificarono
discussioni accese fra i costituenti, i quali, però, cercarono e trovarono,
alla fine, la necessaria sintesi. E’ incredibile, ad esempio, che la crisi
del maggio del ‘47 non abbia avuto ripercussioni negative sui lavori assembleari.
Crisi che, come ha affermato Andreotti, era avvertita tutt’altro che provvisoria.
E’ vero che, conclusasi questa esperienza, l’attuazione della stessa
Costituzione avrebbe avuto tempi lunghi e difficili, ma già non si era
più nella “eccezionalità” della “zona franca”,
bensì nella quotidianità della politica della guerra fredda che
si sarebbe fatta più aspra.
Dunque, la Democrazia cristiana si presentava agli impegni elettorali forte
di una organizzazione e di una lista di nominativi cui affidare incarichi importanti.
Ventisei erano, infatti, i membri democristiani della “commissione dei
settantacinque”, tra i quali figuravano: Dossetti, La Pira, Corsanego,
Aldo Moro, Igino Giordani che parteciparono ai lavori della prima sottocommissione
(“Diritti e doveri del cittadino”), Costantino Mortati, Attilio
Piccioni ed Ezio Vanoni che parteciparono ai lavori della seconda sottocommissione
(“Organizzazione dello Stato”) e Francesco Dominedò, Amintore
Fanfani, facenti parte della terza sottocommissione (“Diritti e doveri
economico-sociali”). Di notevole importanza furono le relazioni di La
Pira sui principi relativi ai rapporti civili, di Corsanego sulla famiglia,
di Dossetti e Giordani sui rapporti tra Stato e Chiesa, di Moro sui diritti
sociali, di Fanfani sul controllo sociale delle attività economiche e
di Mortati sul potere legislativo.2. Il contributo dei Costituenti del Lazio
al dibattito sul progetto costituzionale
2.1 Igino Giordani: la definizione dei rapporti tra Stato e Chiesa
Molti dei democristiani che parteciparono ai dibattiti in sede di Assemblea
Costituente erano ex popolari e facenti parte dell’Azione Cattolica. Tra
questi anche Igino Giordani, Angela Maria Guidi Cingolani e Camillo Corsanego.
Giordani, dopo lo scioglimento del Ppi, diresse un bollettino clandestino di
notizie, ma fu sottoposto a processo e condannato al confino. La sua qualità
di mutilato e decorato, però, lo liberò dalla sanzione. Nel ventennio
fascista lavorò presso la biblioteca del Vaticano e divenne uno dei principali
pubblicisti antifascisti di parte cattolica .
Come si evince da alcuni documenti, fu Pietro Campilli ad esprimere a mons.
G. B. Montini la volontà che Giordani andasse alla Costituente. Montini
assentì dicendo “che era bene per la Chiesa che cattolici sicuri
fossero in quell’Assemblea” . E per incarico dello stesso Montini,
nel 1944 Giordani aveva fondato Il Quotidiano che uscì la prima volta
nel maggio di quell’anno e di cui divenne direttore. Il Quotidiano diventò
una nuova voce, all’interno della carta stampata, del cattolicesimo organizzato.
Anche il consiglio di amministrazione del Quotidiano si espresse in maniera
favorevole alla sua candidatura alla Costituente.
Nel Fondo Giordani c’è un documento dattiloscritto senza data né
firma, ma, presumibilmente, è da attribuire allo stesso Giordani, il
quale, all’indomani delle elezioni amministrative del 1946, riflette sulla
“gravità dei problemi da affrontare nella Costituente” .
La gravità, già molte volte affrontata sulle pagine del Quotidiano,
era il prevalere di ideologie avverse al pensiero cristiano che già si
erano manifestate durante le amministrative “mediante propaganda razionale
e prepotente”. Giordani sembrò avvicinarsi all’impegno in
Costituente con una animosità e un fervore che tradivano la sua preoccupazione
del prevalere di forze politiche estremistiche. La reiterazione della parola
“gravità” fa intuire facilmente il suo impegno “per
la necessaria affermazione cattolica in Italia”. “Perciò
– scrive Giordani – è necessario che i parroci, evitando
di parlare in Chiesa troppo spesso di argomenti non strettamente formativi e
religiosi, siano invece aiutati il più possibile ad un’opera di
avvicinamento e di convinzione che i laici debbono fare nei vari ambienti che
sono di loro conoscenza”.
Giordani aveva cinquantadue anni quando fu eletto deputato all’Assemblea
Costituente. Il 15 marzo 1947, nell’aula dell’Assemblea, tenne un
discorso sui rapporti tra Stato e Chiesa che mise a dura prova la volontà
dei costituenti di procedere con metodo unitario e volontà di sintesi.
Tema estremamente delicato, anche perché la posizione di una parte delle
sinistre era radicale nel non voler inserire i Patti Lateranensi nella Costituzione.
Fu il realismo di Togliatti (sostenuto da una parte del partito), il quale aveva
presente l’importanza di non turbare il sentimento religioso del popolo
italiano, a sciogliere la questione in senso favorevole all’inserimento
dei Patti Lateranensi . Tema, infine, seguito assiduamente e con viva preoccupazione
dalla santa Sede. Ammettendo egli stesso, Giordani, la difficoltà di
risolvere e sciogliere positivamente il nodo di questo rapporto , ribadiva,
tuttavia, la necessità di un accordo che potesse favorire, in tal modo,
“quella pace spirituale, quella pace interiore che ha formato la grandezza
dell’Italia” . Giordani, inoltre, addebitava al Cristianesimo la
distinzione tra la sfera di Cesare e quella di Cristo; distinzione che aveva
portato a “conseguenze drammatiche”, ma che aveva prodotto, anche,
“una delle forze dinamiche più poderose della storia umana”
. Questa “rivoluzione” significò che la sfera di Cesare non
era più una sfera totalitaria e totalizzante, non comprendeva più,
cioè, tutta la vita dell’uomo, ma soltanto una parte di essa. Questa
distinzione, a suo dire, si riprodusse anche nell’intimità dell’essere
umano e del cittadino. Un cittadino, il credente, che era Stato, ma era anche
Chiesa e che, dentro la propria coscienza, risolveva questo problema. “Da
tale laicità, invenzione del Cristo, derivava la libertà moderna,
ignota alle civiltà antiche e alle civiltà non cristiane”
.
Giordani collegò, con una operazione concettuale che potrebbe apparire
azzardata, il problema del cristianesimo col sistema democratico: “la
grande maggioranza del popolo italiano è cattolica… In democrazia
la maggioranza significa qualcosa, cioè il popolo cattolico, che ha la
maggioranza, vuole una sua pace religiosa, ha bisogno di una sua pace religiosa.
Non concederla, non realizzarla, significa fare il danno di questa maggioranza”
. Propose, insomma, la formula di una religione nazionale, unendo il significato
spirituale a quello politico .
Giordani collegò inoltre il problema del cristianesimo al ruolo particolarissimo
della città di Roma: capitale politica, ma anche capitale del mondo cattolico
dove risiedeva il Papa, un sovrano indipendente ma non straniero. “Questo
sovrano è vescovo di Roma, è il primate d’Italia. Quindi
è cosa nostra, appartiene alla nostra comunità, virtualmente è
il nostro Capo” . In un articolo sul Popolo del 27 ottobre 1946, a riguardo
della salvaguardia dell’esistenza di queste due capitali, aveva scritto:
“I candidati della Democrazia cristiana offrono, come cittadini e come
credenti, la doppia garanzia”. Giordani, in sostanza, affidava ai cattolici,
proprio perché tali, una patente di maggiore democraticità e coscienza
civile. E la realtà che i Patti Lateranensi recassero la firma di Mussolini,
non doveva costituire un ostacolo a ché questi venissero inclusi nella
Costituzione. “La Conciliazione era matura negli spiriti quando venne
Mussolini, che colse il frutto maturato dall’albero, maturato nella coscienza
del popolo italiano” . Il secondo comma del futuro articolo sette, che
conteneva, come da proposta democristiana (anche se con dei distinguo), la citazione
dei Patti Lateranensi, fu infatti il più discusso . Ricordando come lo
stesso Togliatti tenesse molto a questa unità del popolo italiano, Giordani
affermava che questa unità non poteva che fondarsi sulla pace religiosa,
dalla quale, successivamente, sarebbe derivata “ogni forma di solidarietà,
di cooperazione, anche nel campo politico, anche nel campo sociale” .
Concezione militante della vocazione cristiana e spiritualizzazione della politica
per Giordani formavano un unicum. E’ il tipico esempio di quello sforzo,
tutto contemporaneo, con cui i cattolici militanti tentarono di inserire la
religione, come afferma Giordani, “nella convivenza ordinaria tirandola
giù dalle sacrestie per rimetterla a circolare nell’organismo sociale”
. Cattolici militanti che, a loro volta, “rappresentano la riscoperta
della specifica vocazione del laicato fedele in una Chiesa chiamata ad operare
in un mondo secolarizzato” . Come dimostra il suo intervento in Costituente,
Giordani si batté con convinzione per una distinzione tra Stato e Chiesa
e lo fece alla luce dei valori che a lui erano propri: i valori dell’etica
cristiana.
Una posizione, quella di Giordani, di spiritualizzazione della politica, che
non gli impedì, tuttavia, di trovarsi in netto contrasto con le gerarchia
ecclesiastica o, comunque, con una parte importante di essa. La sua scelta in
favore della Repubblica, ad esempio, suscitò scandalo in una parte fortemente
conservatrice del mondo cattolico, tanto che gli valse l’accusa di “apostata”.
L’adesione alla Repubblica aveva ragioni diverse: i Savoia si erano compromessi
col regime fascista; un ordinamento repubblicano avrebbe maggiormente garantito
la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e, infine, la necessità
di non lasciare alle sinistre la rivendicazione esclusiva dell’idea repubblicana
. Una posizione, infine, che non impedì a Giordani di criticare il Patto
Atlantico per farsi uno strenuo difensore della pace.
2.2 Il dibattito sulla legislazione
familiare: Camillo Corsanego
Corsanego aveva cinquantacinque anni nel 1946; laureato in giurisprudenza e
in scienze commerciali, divenne avvocato nel 1916, professione alla quale dedicò
tutta la vita. Occupò posti di rilievo nel movimento dei cattolici militanti:
fu presidente, durante gli studi universitari, del circolo di Genova della Fuci
e direttore per due anni (dal 1913 al 1915) della rivista “Studium”,
di cui rimase un assiduo collaboratore .
Corsanego fu membro della prima sottocommissione in seno alla quale ebbe il
compito di redigere le norme concernenti la famiglia, assieme a Dossetti e alla
deputata comunista Leonilde Iotti. La discussione degli articoli sulla famiglia
avvenne poco tempo dopo l’approvazione dell’articolo sette sui rapporti
tra Stato e Chiesa (25 marzo 1947). Anche in questo caso, enorme fu l’apprensione
con cui la Santa Sede seguì i lavori. Come scrive Sale : “La strategia
suggerita dalla Santa Sede era quella di far entrare nella Costituzione il maggior
numero possibile di affermazioni cattoliche e di non limitarsi semplicemente,
come chiedevano i liberali, alla semplice enunciazione dei principi generali”
. Queste “affermazioni cattoliche” erano da inserire in quelle materie
alle quali la Chiesa era particolarmente sensibile, come, appunto, la famiglia.
Tema, del resto, al quale erano sensibili anche le sinistre, socialista e comunista,
anche se con sfumature diverse per quanto riguarda, ad esempio, la questione
dell’indissolubilità del matrimonio o la questione dei figli illegittimi
. Inoltre, la mancanza di un intervento di una voce femminile della Democrazia
cristiana, quale ad esempio, quella della Guidi Cingolani, è forse da
ascrivere al fatto che, trattandosi di tema molto delicato, Corsanego era, forse,
uomo politico maggiormente accreditato presso la Santa Sede.
Alla fine della discussione del 22 aprile 1947, circa l’approvazione degli
articoli del Titolo II “Rapporti etico sociali”, Corsanego ebbe
la premura di avvertire i colleghi onorevoli che l’inserimento nella Costituzione
di norme riguardanti la famiglia (che qualcuno, invece, avrebbe voluto riservare
solo al Codice civile) non doveva essere considerata una vittoria della Democrazia
cristiana. “Noi non vogliamo aggiudicarci il monopolio di pretendere che
siamo solo noi i custodi del focolare e della famiglia italiana” . Infatti,
come riferì in aula lo stesso Corsanego, il dibattito sugli articoli
proposti fu lungo e laborioso.
La formula da lui elaborata: “La Stato riconosce la famiglia come unità
naturale e fondamentale della società”, attraverso il vaglio di
numerose discussioni, divenne: “La famiglia è una società
naturale”. La stesura definitiva veniva, per così dire, alleggerita
cancellando la qualifica di “fondamentale”, ma passava il concetto,
dal quale non poteva prescindere l’etica cattolica alla quale si riferivano
i deputati democristiani, della famiglia come società avente diritti
preesistenti e anteriori allo Stato, al quale rimaneva il compito di vigilare
su tali diritti. Passava la formula che aveva come fondamento concettuale il,
già citato, diritto naturale. “Quello che importa – affermò
lo stesso Corsanego – è di affermare nella Carta Costituzionale
che lo Stato non crea i diritti della famiglia, ma li riconosce, li tutela e
li difende” .
Nello Statuto Albertino non trovò spazio la legislazione sulla famiglia,
mentre il regime fascista dettò una serie di norme che ne limitarono
fortemente la libertà e inserì nel Codice civile l’educazione
fascista dei figli. Memore di questo, Corsanego affermò che “questo
totalitarismo noi vogliamo che mediante gli articoli della Costituzione non
sia più possibile, cioè noi vogliamo impedire che un’effimera
maggioranza parlamentare e, peggio, un decreto del potere esecutivo, possa scardinare
l’istituzione fondamentale della società, che è la famiglia”
. E, anche contro la visione statalista delle forze di sinistra, la Democrazia
cristiana si adoperò, soprattutto, a che lo Stato non venisse considerato
unica fonte di diritto. Come spiegò anche Aldo Moro, da parte democristiana
si voleva porre dei limiti allo Stato. Questi limiti erano costituiti proprio
dal riconoscimento del diritto della persona umana e dagli organismi naturali
quali la famiglia.
Vi furono altri due punti di dissenso, oltre a quello sulla famiglia come società
naturale, che l’onorevole Iotti considerò come la dichiarazione
di principio di una posizione ideologizzata, che, come tale, non poteva accettare
. Il disaccordo nacque in relazione all’uguaglianza dei genitori e ai
figli illegittimi. La proposta di Corsanego, se accettava l’uguaglianza
tra padre e madre, non sconvolgeva, però, il diritto della famiglia ad
avere un capo. Mentre la Iotti proponeva la sola uguaglianza giuridica tra i
coniugi, il deputato democristiano affermava il diritto della patria potestà
spettante al marito. Ritorna il contrasto, di sostanza e non di forma, di un
diverso concetto della libertà e della uguaglianza. Laddove le sinistre
lo intesero in senso “giacobino”, i democristiani vollero apporre
delle limitazioni. Lo stesso dissidio si verificò durante la discussione
sui figli illegittimi: contro un’uguaglianza assoluta tra figli legittimi
e non, da parte della Dc si propose un’uguaglianza, sì, ma che
tenesse conto dell’equilibrio del nucleo familiare. Sembrò a Corsanego
che un’uguaglianza assoluta avrebbe distrutto la famiglia stessa “permettendo
anche l’inclusione in essa di elementi estranei, pure contro la volontà
dell’altro coniuge, costituendo così una fonte di infiniti dissensi”
. La stesura definitiva dell’articolo contemplò le osservazioni
di Corsanego. Recita infatti l’articolo 30: “La legge assicura ai
figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile
con i diritti dei membri e della famiglia legittima”.
2.3 Il progetto di Costituzione,
i rapporti economici e sociali e la Magistratura: gli interventi di Francesco
Dominedò
La figura di Francesco Dominedò è poco conosciuta dalla storiografia
politica, ma egli fu indubbiamente una figura di rilievo nel dibattito sul progetto
di Costituzione. Laureato in Giurisprudenza, nel 1929 fu professore di diritto
commerciale e poi a Roma insegnò diritto marittimo e diritto del lavoro.
Ufficiale nella seconda guerra mondiale, fu autore di una notevole produzione
scientifica e pubblicistica nel campo della cooperazione internazionale e dell’europeismo.
Non a caso, sarebbe stato scelto anche più volte come sottosegretario
per gli affari esteri. Nel dibattito in Costituente, afferma Musci che ne ha
curato un agile profilo biografico, “intervenne su quasi tutti i problemi,
dando un consistente apporto soprattutto nel campo economico-giuridico”
. Fece parte della Commissione dei 75 come relatore per la parte riguardante
i diritti e i doveri economico-sociali.
La Commissione per la Costituzione della quale Francesco Dominedò era
esponente iniziò i lavori il 23 luglio 1946 e all’interno di essa
si svilupparono i primi importanti dibattiti sul tipo di Carta costituzionale
da elaborare e adottare. In un ordine del giorno del 25 ottobre 1946, stilato
da Bozzi, e sottoscritto, tra gli altri, da Dominedò, si sostenne a questo
proposito che:
1) La Costituzione dovrà essere il più possibile semplice, chiara
e tale che tutto il popolo la possa comprendere;
2) Il testo della Costituzione dovrà contenere nei suoi articoli disposizioni
concrete, di carattere normativo e costituzionale;
3) La Costituzione dovrà limitarsi a norme essenziali di rilievo costituzionale
e di supremazia su tutte le altre norme, lasciando lo sviluppo delle disposizioni
conseguenti a leggi che non richiedano, per la loro eventuale modificazione,
procedimenti speciali .
All’interno della Commissione si profilarono varie posizioni che, semplificate,
possono essere ricondotte a tre: la prima, sostenuta da Togliatti, era che la
Costituzione dovesse contenere necessariamente degli elementi programmatici,
così da essere una sorta di “guida” per l’azione futura
del legislatore, in un certo senso proiettando il testo al di là della
semplice contingenza storica e degli equilibri politici di quel dato momento;
la seconda, affermata da Calamandrei, era che nel testo costituzionale non vi
dovessero essere invece elementi “futuristici”, privi di “azionabilità”
(cioè il fatto che si potesse andare avanti ad un giudice per chiedere
il rispetto o la restaurazione di quanto previsto nella Costituzione); la terza,
sostenuta da Dossetti e da Mortati, era che le norme costituzionali avevano
invece potere vincolante rispetto al legislatore ed alla pubblica amministrazione,
che sarebbero stati costretti a rendere effettivi i diritti contenuti nella
parte programmatica del testo costituzionale .
La posizione di Dominedò su quale Costituzione adottare si intrecciò
ovviamente con le riflessioni che il costituente sviluppò sul tema specifico,
“L’Ordinamento dell’impresa”, a lui affidato nella III
Sottocommissione. Nella relazione alla Sottocommissione, tra l’altro,
può essere individuata una serie di elementi che egli conservò
nel tempo, anche durante il dibattito in Assemblea, manifestando continuità
di idee e di posizioni.
Per Dominedò, la Costituzione era il riflesso dell’evoluzione sociale
e storica di un paese; da questo punto di vista, egli criticava la posizione
di Togliatti, che aveva invece presentato la Costituzione come un testo metastorico,
ideale, una sorta di meta verso la quale tendere.
Una costituzione – scrisse Dominedò – non può rappresentare
che la proiezione della coscienza nazionale in un determinato momento della
sua storia. Vero è che tale proiezione non esclude, anzi presuppone,
una conoscenza delle più sicure aspirazioni dell’anima popolare,
ma necessità vuole che tali aspirazioni [..] stiano sempre sul piano
della realtà […].
Secondo un approccio diffuso tra i costituenti cattolici, dunque, la Costituzione
doveva costituire “un equilibrio organico fra le tendenze medie, storicamente
dominanti”. Doveva quindi rappresentare una sintesi organica e viva delle
diverse correnti sociali.
Sulla base di questi presupposti, l’evoluzione storica dell’impresa
era quella del passaggio dalla tradizionale impresa individualistica a quella
dell’ipotesi di impresa collettivistica. Questo passaggio non voleva però
dire disconoscimento di un’esigenza “essenziale”, ossia il
riconoscimento della libertà dell’iniziativa economica. Lo Stato
non poteva, in altre parole, “trasformarsi in assuntore dell’economia,
se non in quanto la iniziativa privata risulti inadeguata al fine o non rispondente
all’interesse pubblico”. Il centro rimaneva dunque l’uomo,
più precisamente, l’uomo sociale. Il riconoscimento della capacità
“creativa” della persona era segno di libertà civile, dal
momento che l’uomo portava in se stesso il crisma della socialità.
Nel discorso di Dominedò, vi era dunque un nesso insopprimibile tra la
persona e l’economia, tra la proprietà privata (“espressione
insopprimibile della personalità umana”) e la funzione sociale
dei beni posseduti, tra il diritto all’impresa e il limite “invalicabile”
della funzione dell’utilità generale, che anche la gestione individuale
era tenuta ad attuare. La libera iniziativa dell’uomo, in altre parole,
doveva rispondere anche agli interessi della collettività, ma questa
limitazione non doveva avvenire attraverso un intervento generalizzato dello
Stato, bensì in un quadro legislativo che precisasse diritti e doveri
dell’impresa. In questo modello flessibile dell’impresa (privata
e collettiva) andava inserita inoltre anche la forma cooperativistica. In merito
a questo aspetto, Dominedò citò in modo abbastanza sorprendente
Proudhon , relativamente ad un modello “di socializzazione da attuarsi
contrattualmente”, cioè ad un sistema che poteva dirsi di socializzazione
privata, volontaria e non coatta, “nascente per negozio anziché
per legge”. La cooperativa diventava dunque una forma alternativa a quella
capitalistica, rispetto alla quale promuovere la sostituzione dello scopo di
lucro con una diversa finalità distributiva, interna alla azienda; una
forma di economia associata, basata sull’autogoverno delle categorie e,
sul piano economico, mirante alla eliminazione degli intermediari, sul piano
sociale all’incontro tra le classi. La cooperativa poteva dunque rappresentare
una soluzione dei problemi tra Stato ed economia nel senso di contemperare libertà
e socialità:
non forme compressive di statalismo, bensì sano decentramento economico,
da armonizzarsi con un’organica concezione del decentramento amministrativo
.
Nello schema di Dominedò, la partecipazione dei lavoratori dell’impresa
era comunque fondamentale, secondo i tre aspetti della titolarità, dell’esercizio
e degli utili. Entrambi i tre aspetti, in modi diversi, contribuivano a superare
la lotta fra le classi.
Il Costituente Dc intervenne anche sugli aspetti generali del Titolo III dei
rapporti economici. Questa parte colorava la Costituzione nel senso che da democrazia
politica diveniva democrazia economica, ed al semplice cittadino subentrava
il cittadino lavoratore, all’uomo indifferenziato l’uomo sociale
(riecheggiano in questa posizione riflessioni di Giordani e, soprattutto, di
Moro). Ispirandosi alla costituzione di Weimar, quella italiana era la prima
a dettare organicamente un complesso di norme per cui la libertà politica
era riconosciuta come “inadeguata e inefficiente”, se non era “alimentata”
dalla libertà economica. Di fronte alle critiche di alcuni giuristi (tra
i quali Calamandrei) che ritenevano inopportuno inserire una parte economica
nella costituzione, visto che essa non poteva avere un potere normativo nei
confronti del singolo, Dominedò – riprendendo la posizione di Dossetti
– argomentò che tale potere veniva esercitato comunque verso lo
Stato, nel senso di indicare una strada, un percorso futuro lungo il quale veniva
indirizzata l’azione del legislatore. La Costituzione, nelle sue parti
economiche, era dunque “la via maestra per il futuro legislatore”.
D’altra parte, la Costituzione non era semplicemente una risposta “giuridica”,
ma anche “politica”, inerente l’evoluzione storica in atto.
Ritorna anche in questo intervento la sensibilità verso il processo storico,
l’importanza di inserire il testo costituzionale nel vivo della storia
e delle sue evoluzioni.
Relativamente ai contenuti del Titolo III, Dominedò sottolineò
ancora una volta la forza del legame istituito tra libertà personali
(diritto di proprietà e libertà di impresa) e funzione sociale,
esprimendo riflessioni simile a quelle formulate da Taviani . L’obiettivo
di quella parte della Costituzione era proprio questo: contemperare le esigenze
della proprietà con quelle della socialità, dell’individualità
e della collettività. Efficacemente, ribadì:
Nella contesa secolare fra i diritti dell’io e della collettività,
si tratta di non dare un riconoscimento esclusivo né all’uno né
all’altra, bensì di mirare ad una sintesi unitaria, nel corpo vivo
della quale [..] sia possibile comporre in armonia i primi e i secondi, potenziando
gli uni e gli altri, allo scopo di trarre i maggiori vantaggi possibili, così
dal fermento dell’iniziativa come dal senso della socialità .
In linea con le posizioni dei costituenti più noti, Dominedò esaltò
inoltre come altamente positivo e “profondamente giusto” il fatto
che il Titolo dei rapporti economici ponesse l’accento sul lavoro, che
dava “l’impronta” della Costituzione. Da questo punto di vista,
la Costituzione italiana superava quella del 1789, perché appunto accanto
al diritto di proprietà riconosceva, in un senso “socialmente moderno”,
i diritti del lavoro .
Una concezione moderna dei rapporti economici dell’esponente Dc appare
anche sul tema della libertà di emigrazione, sul quale Dominedò
presentò un emendamento, recepito dalla Commissione. La migrazione era
definita un diritto e l’emendamento era teso a circoscrivere la possibilità
da parte dello Stato di limitare la capacità di emigrazione da parte
del cittadino. La posizione del costituente nasceva da una precisa riflessione
storica, più etico-politica che economica, relativa alle “gravi
ferite” apportate al diritto di emigrare, “per ragioni militariste,
nazionaliste o razziste”, di fronte alle quali era necessario
che domani sia preservato da altri pericoli il diritto dell’uomo alla
piena espansione della propria personalità e quindi il diritto di partecipare
alla vita della comunità dei popoli da parte di chi, per dirla con Mazzini,
può amare tutte le patrie appunto perché ama veramente la propria
.
Dal complesso degli interventi, emerge una sostanziale coincidenza tra le posizioni
di Dominedò e quelle degli altri costituenti Dc più importanti,
segno di una concertazione effettiva all’interno del gruppo democristiano.
Su un solo punto sembra esservi una dissonanza significativa, ossia sulle modalità
di elezione del presidente della Repubblica. Mentre in larga parte dei costituenti,
questa figura doveva sì rappresentare il Paese, ma per indicazione delle
Camere, per Dominedò doveva invece essere indicato dal popolo stesso.
Per questo presentò un emendamento, insieme a Benvenuti, all’articolo
79 (“Il Presidente della Repubblica è eletto da tutto il popolo”),
perché la carica del Presidente fosse posta sopra quella delle Camere
e ciò poteva ottenersi solo grazie ad un riconoscimento popolare. Si
doveva in altre parole creare un “rapporto di democrazia diretta, che
sovrasti all’ipotesi della pura e semplice democrazia rappresentativa”
.
Altro settore importante di intervento è quello del Titolo IV relativo
alla Magistratura. La posizione è coerente con l’impostazione generale:
la Magistratura doveva essere indipendente dal potere politico, e questa indipendenza
doveva essere assoluta, fino a esplicitare la necessità di non ospitare
alcuna figura politica nel consiglio superiore della Magistratura, organo appunto
di autocontrollo della stessa. La presenza di esponenti del Parlamento fu considerata
un pericolo per la libertà della Magistratura, anche se Dominedò
comprese l’esigenza democratica di sottoporre il potere giudiziario al
controllo supremo del potere legislativo. Analoghe considerazioni svolse riguardo
alla Corte Costituzionale .2.4 La questione della libertà di stampa.
Giulio Andreotti, la Dc e la tutela del “buon costume”
Giulio Andreotti, che nel maggio 1947 fu nominato sottosegretario della presidenza
del Consiglio, era laureato in Giurisprudenza; era stato presidente della Fuci
dal 1942 al 1944. Si era occupato dei gruppi giovanili della Democrazia cristiana
e nel ’46, eletto all’Assemblea Costituente, aveva ventisette anni.
Durante il dibattito assembleare, si occupò dell’articolo ventuno.
La discussione sulla libertà di stampa era importante e molto delicata,
non solo perché si trattava di una libertà fondamentale, quella
forse più caratteristica delle democrazie, ma anche perché il
ricordo del fascismo, che specialmente con le leggi del ’23 e del ’25
fece scempio di questo diritto, era ancora vivo. In modo molto pragmatico, Andreotti
disse che nel discutere questo articolo “dovremmo spogliarci di ogni impressione
contingente, sia del ricordo troppo vivo di quella che era la violazione della
libertà di stampa sotto il regime fascista, sia della molteplicità
dei giornali, la quale è forse l’aspetto più caratteristico
ed evidente del mutato regime in Italia, ma che può senza dubbio portare
ad un senso di disorientamento. Dobbiamo quindi, nello stabilire la regolamentazione
della stampa per il futuro, esulare dalle forme di trapasso da un regime all’altro
proprio dei nostri giorni” . Andreotti, che non aveva fatto la Resistenza
come lotta armata, anche se con De Gasperi e Gonella si era adoperato per la
costruzione del partito democristiano, nella discussione sulla costruzione della
democrazia e dei suoi diritti fondanti ebbe un approccio più intellettualistico
e concreto che legato ad una urgenza emozionale derivante dalla militanza effettiva
sul campo.
E’ durante questa discussione che emersero le preoccupazioni e i contrasti
maggiori. Se da parte democristiana si voleva inserire, come limitazione a questo
diritto, la categoria delle “supreme norme morali”, da parte comunista
non si fece attendere un secco rifiuto. Togliatti disse, infatti, che “qui
si nasconde il tranello della soppressione della libertà di pensiero
e di ogni altro principio di libertà” .
La discussione proseguì anche nel mese di gennaio, quando la Costituzione
era già stata approvata. In sede governativa vennero affrontate le disposizioni
sulla stampa. A tale proposito, Andreotti propose di escludere l’aggettivo
“periodico” nel comma che si riferiva al sequestro della stampa,
affermando che il contenuto raccapricciante non si trovava solo nelle pubblicazioni
così dette periodiche. Proprio riguardo a questo diritto fondamentale,
riemergevano i sospetti, da parte comunista, che la libertà potesse subire
restrizioni che avrebbero potuto rivelarsi, in futuro, a danno di una specifica
parte politica. Così, infatti, rispose Togliatti: “Se sopprimiamo
l’aggettivo “periodico” noi passiamo dal giornale quotidiano
e dal settimanale, al libro, al dramma, alla commedia, a qualsiasi manifestazione
del pensiero” .
Andreotti pose l’accento sulla tutela della pubblica moralità e
sulla tutela della gioventù e il quinto comma dell’articolo proposto
dal deputato romano chiamava in causa la morale e il buon costume, introducendo
il concetto che la legge poteva introdurre misure di garanzia di fronte alla
produzione cinematografica, teatrale e alle altre manifestazioni di pensiero
del genere. “Sarà un sigillo che noi mettiamo alla libertà
di stampa, che mi pare darà un colorito alla libertà di espressione
in generale, che darà un contenuto concreto e positivo a quella che sarà
la formula che noi avremo saputo trovare” .
A proposito della discussione sulla libertà di stampa e la salvaguardia
della moralità, è da osservare che il 4 aprile, alcuni costituenti
Dc, tra cui Di Fausto e Dominedò, firmarono un emendamento presentato
da Aldo Moro all’articolo 16 del progetto (poi 21). Essi proposero l’aggiunta
“preventive e repressive”; cioè, in merito alle manifestazioni
contrarie al buon costume, “la legge stabilisce provvedimenti adeguati
a prevenire e a reprimere le violazioni”. Come riconosciuto da Moro, questa
aggiunta rischiava di configgere con la prima parte dello stesso articolo che
sanciva che la libertà di stampa “non può essere soggetta
ad autorizzazioni o censure”.
L’emendamento era però giustificato dal rischio di una perversione
morale del paese. In altre parole, la preoccupazione era costituita dalla stampa
pornografica, che spargeva un “veleno corrosivo” della moralità
del popolo e della gioventù italiana. Essa costituiva un “abuso
licenzioso della libertà di stampa e di espressione”. Contro il
“dilagare” di questo veleno, che offendeva la dignità e la
libertà della persona, doveva essere opposta un’azione ferma da
parte dello Stato, anche di natura preventiva. Su questo punto, d’altronde,
vi era stato già un accordo di massima con alcuni esponenti comunisti,
ed infatti l’emendamento fu approvato dall’Assemblea .
2.5 Il diritto di sciopero
Durante i lavori dell’Assemblea Costituente, venne discussa anche la questione
del diritto allo sciopero, che investiva il complesso problema dell’organizzazione
sindacale. Discussero di ciò, nei loro interventi, Corsanego, Andreotti
e Dominedò. Anche in questa occasione, si rifletté la differenza
sostanziale rispetto alle sinistre, che volevano un diritto di sciopero senza
alcuna limitazione. Da parte democristiana, invece, coerentemente con le proprie
concezioni, si voleva una libertà non assoluta e “giacobina”,
ma una libertà entro coordinate socialmente ed eticamente sostenibili.
Questa fu, infatti, la linea comune degli interventi di Corsanego, Andreotti
e Dominedò.
In occasione della discussione degli articoli del Titolo III (Rapporti economici)
era già stata approvata la prima parte dell’articolo che diceva:
“Il diritto di organizzazione sindacale è garantito”. L’articolo
proposto da Togliatti fu il seguente: “La legge assicura ai lavoratori
il diritto di sciopero”, ma Corsanego dichiarò di non poter accettare
una tale definizione che non prevedeva alcuna limitazione e parlò della
“necessità di porre delle limitazioni, per finalizzare anche questa
libertà… La libertà assoluta di sciopero porterebbe alla
disorganizzazione della società” . Da parte democristiana si intendeva
lo sciopero come estrema ratio dei lavoratori per ottenere miglioramenti economici
e sociali. Anche Dossetti, come Corsanego, spiegò che non era loro intento
porre delle limitazioni aprioristiche, ma quelle finalizzazioni “che si
è cercato di affermare per tutti gli altri diritti in vista del bene
comune” . Mentre, da parte comunista e socialista, si voleva dare, per
così dire, una certa impalcatura e ipoteca alla Costituzione. Ossia,
come disse Lelio Basso, rispondendo a Lucifero che non riteneva opportuno inserire
il diritto di sciopero nella carta costituzionale, “Se si toglie dalla
Costituzione del nuovo Stato, concepito come lo Stato dei lavoratori, il diritto
di sciopero, che è la cosa più importante, avendo già considerato
il diritto di organizzazione sindacale, si toglierebbe a questo ultimo diritto
lo strumento necessario per poter farsi valere” .
La sensibilità dei Dc su questo tema emerge anche da una proposta di
integrazione all’articolo 36 sul diritto di sciopero, firmata tra gli
altri da Andreotti, nella quale si manifestò particolare sensibilità
per il funzionamento dei servizi pubblici e per le ricadute della interruzione
di essi sulla circolazione o lo svolgimento lavorativo degli altri cittadini.
Per disciplinare tale attività, in linea con il pensiero di De Gasperi,
Andreotti ipotizzava il ricorso a commissioni di conciliazione, che divenivano
gli strumenti per impedire la dichiarazione di scioperi ritenuti dannosi per
la collettività ed il funzionamento dello Stato .
Interventi coerenti a quelli già descritti furono svolti da Dominedò,
che si concentrò più sul rapporto tra sindacato e carta costituzionale,
che sulla libertà di sciopero. Le sue riflessioni in materia furono ben
riassunte al Congresso Nazionale della Dc del novembre 1947, quando propose
un ordine del giorno nel quale, alla luce dell’obbiettivo della promozione
della cooperazione tra i lavoratori come realizzazione dell’idea sociale
cristiana, affermò la necessità che fosse promossa una legislazione
fondata su: 1) difesa della libertà del lavoro 2) esperimento di composizione
amichevole delle controversie sociali da parte delle rappresentanze di categorie
3) esclusione dello sciopero nei rapporti in cui l’assunzione di pubblico
servizio prevalga sulla locazione d’opera 4) affermazione graduale del
principio dell’arbitrato obbligatorio .
2.6 Il contributo delle
donne alla Costituente: la figura di Angela Maria Guidi Cingolani
Angela Maria Guidi Cingolani, laureata in Letteratura slava, proveniva dal Partito
popolare; fece parte anche dell’Azione cattolica e dell’Unione delle
donne cattoliche. Nel ’18, quando fu fondata la Gioventù femminile
cattolica, ne divenne subito una delle propagandiste. Fu eletta, inoltre, segretario
del gruppo femminile romano del Partito popolare, fino al suo scioglimento.
Estese la sua attività al campo cooperativo e sindacale con le organizzazioni
bianche e fondò il Comitato nazionale per il lavoro e la cooperazione
femminile, di cui fui segretaria dal ’21 al ’26. Nel ’25 vinse
il concorso come ispettrice del lavoro al ministero dell’Economia. Con
questa qualifica compì importanti indagini sul lavoro delle donne impiegate
nell’industria e nell’agricoltura. Le indagini più importanti
furono quelle relative alle donne che lavoravano nelle risaie, alle donne occupate
nella lavorazione del tabacco e alle addette alle aziende tessili.
Non fece la Resistenza, intesa questa come lotta armata, ma a casa delle sue
sorelle, in Via Settembrini, organizzò quelle riunioni clandestine tra
De Gasperi, Spataro, Giordani, Scelba e Corsanego nelle quale si discusse della
futura Democrazia cristiana. Il movimento femminile era già operante
nel periodo clandestino e fu presieduto, per espressa volontà di De Gasperi,
da Angelina Cingolani che ebbe l’investitura ufficiale nel congresso di
Napoli del luglio 1944. In questa qualità, Angelina partecipò
anche alla campagna pro voto alle donne, portando la sua parola in comizi e
riunioni tenute in tutte le regioni d’Italia. Angelina Cingolani insistette
perché De Gasperi portasse subito la questione in consiglio dei ministri.
Il 9 gennaio 1945 il Comitato nazionale “pro-voto” – composto
dall’Unione Donne Italiane, dai Centri femminili dei partiti Liberale,
Democratico del Lavoro, Democratico cristiano, d’Azione, Repubblicano,
della Sinistra Cristiana, Socialista, Comunista e da altre associazioni femminili
– rivolse un appello alla Presidenza del Consiglio dei ministri per l’estensione
dei diritti elettorali alle donne. Il diritto di voto venne esteso alle donne
con un decreto del 1 febbraio 1945 del governo Bonomi. L’eleggibilità
venne sancita successivamente, con il decreto n. 74 del 10 marzo 1946. Le elettrici
a livello nazionale furono, nel 1946, 14.610.845. Gli elettori maschi, invece,
13.354.601.
L’iter, che portò al diritto di voto per alle donne, non fu semplice,
per le perplessità di liberali e comunisti. Questi ultimi temevano di
essere scavalcati a sinistra dalla Dc, mentre i liberali erano fermi alle parole
di Orlando pronunciate nel 1918: “Il voto della donna si confondeva, se
madre, con quello del figlio, se figlia, con quello del padre e, se moglie,
con quello del marito”.
Il primo effetto che ebbe il decreto luogotenenziale, col quale il diritto di
voto venne esteso anche alle donne, fu quello che alla Consulta, istituita con
decreto legislativo luogotenenziale 5 aprile 1945, furono nominate tredici donne
fra cui Angelina.
Nel suo discorso, in sede di Costituente, sul titolo terzo riguardante i rapporti
economici, pose l’accento tra questioni economiche e questioni sociali.
“Non solo ci sono interferenze tra i due rapporti, ma talvolta proprio
l’uno è in funzione dell’altro, come, per esempio, i problemi
del salariato interferiscono sul problema della famiglia. Non deve meravigliare
l’inserimento in una Costituzione di articoli riguardanti il lavoro, il
salario, la proprietà, la previdenza, l’assistenza, la cooperazione,
il risparmio” . Proprio per questi motivi ritenne assolutamente opportuno
inserire nella Costituzione articoli riguardanti il lavoro, il salario, l’assistenza
e la cooperazione sul modello, anche dell’orientamento internazionale
di altri paesi. In particolare, si soffermò a considerare il lavoro di
quegli italiani che migravano all’estero. “La vita di relazione,
oggi più che ieri, è tale in tutti i campi e, quindi, anche in
questo nostro specifico campo, da farla considerare come un vasto sistema di
vasi comunicanti il cui flusso e riflusso va localmente e internazionalmente
regolato con leggi e accordi” : questo affermò Cingolani, la quale
ricordò come questo fosse da tener presente soprattutto per un paese
come l’Italia, paese d’emigrazione che “ha un interesse diretto
a che le condizioni dei lavoratori degli altri paesi siano il più possibile
elevate, in modo da ottenere ai propri emigranti condizioni altrettanto buone
di quelle di cui godono i lavoratori nazionali” .
La Guidi Cingolani, inoltre, inseriva i problemi tipici dell’Italia in
un’ottica internazionale, richiamando la Conferenza internazionale del
lavoro di Montreal e, soprattutto, la XXVI Conferenza internazionale del lavoro
di Filadelfia del maggio 1944, alle quali anche l’Italia aveva partecipato.
Ricordava, infine, come l’Italia fosse stata riammessa, nel ’45,
nell’Organizzazione internazionale del lavoro verso la quale, come disse
la stessa Guidi Cingolani, l’Italia aveva un interesse particolare “in
quanto le sue forze costituiscono una delle sue principali ricchezze”,
mentre con soddisfazione rilevava che nella Costituzione ancora in fieri fossero
stati accolti gli stimoli di Filadelfia e Montreal circa la solidarietà
espressa nella cooperazione, l’uguaglianza dei lavoratori, la dignità,
l’evoluzione dei rapporti di lavoro.
2.7 L’adesione al
nuovo ordine economico mondiale: la posizione di Pietro Campilli
Le discussioni alla Costituente sulla politica economica e commerciale dell’Italia
vanno considerate alla luce del nuovo panorama delle relazioni internazionali
(economiche e diplomatiche) delineato dall’attività della Banca
Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale e, soprattutto, dagli accordi
di Bretton Woods, che avrebbero regolamentato sulla base dell’oro i nuovi
rapporti tra le monete nazionali .
In Costituente si manifestarono posizione variegate sulla nuova dimensione dei
rapporti internazionali. Tali posizioni possono essere semplificate in due correnti:
una, che potremmo definire nazionalista, nient’affatto minoritaria, riteneva
compito del nuovo Stato quello di tutelare gli interessi dell’Italia fino
al punto di non ritenere utile (economicamente e politicamente) per il paese
l’inserimento nelle nuove organizzazioni internazionali, che avrebbero
inevitabilmente richiesto una parziale cessione di sovranità, oltre che
la rinuncia alle colonie; un’altra, internazionalista ed europeista, riteneva
invece che la nuova dimensione delle relazioni internazionali (diplomatiche
e commerciali) che si andava prospettando, all’insegna della liberalizzazione
e della integrazione, avrebbe dischiuso opportunità per l’Italia
per affrontare le debolezze strutturali della propria economia.
Pietro Campilli era un convinto esponente della seconda “tendenza”
ed in uno dei suoi rari interventi alla Costituente rilevò le novità
dei rapporti monetari internazionali, che avrebbero determinato nuovi equilibri
economici, ispirati alla stabilità e alla pace. Tale intervento è
importante perché Campilli fu figura particolarmente apprezzata da De
Gasperi e svolse un ruolo centrale nella definizione dei nuovi rapporti economici
e internazionali con gli Stati Uniti e la nascente Europa.
Il presupposto da cui muoveva il discorso del Ministro era ovviamente che l’Italia
potesse partecipare alla pari degli altri paesi alla riorganizzazione dell’economia
mondiale, la cui necessità nasceva dalla constatazione della fine dei
regimi autarchici e nazionalisti e della loro intima inconciliabilità
con un regime globale democratico.
La guerra ha posto in tragica evidenza – affermò Campilli –
come sia vano per ogni Paese alzare delle cinture di sicurezza per difendere
il proprio benessere o la propria prosperità in mezzo ad un mondo immiserito
ed agitato.
La prima conseguenza della guerra dunque, sostenne Campilli con efficacia –
usando toni in linea con la politica estera americana di Roosevelt – era
che
L’interdipendenza delle economie è una realtà che si impone,
così come la collaborazione fra i popoli è una esigenza insopprimibile.
L’interdipendenza, per Campilli come per molti altri economisti del periodo,
non voleva significare perdita di responsabilità, ma anzi assunzione
piena dei vincoli, delle opportunità e del significato che l’adesione
al nuovo regime degli scambi avrebbe significato . Per questo, si doveva essere
“persuasi” che “nessuna parità monetaria potrà
essere mantenuta senza una politica economica che indirizzi produttivamente
le nostre risorse, senza un bilancio assestato, senza una produzione che regga,
per costi economici, alla concorrenza internazionale, senza una bilancia dei
pagamenti che tenda all’equilibrio [..]”. Per raggiungere quegli
obiettivi, si dovevano assumere degli impegni, da parte del governo e del paese,
per promuovere una collaborazione internazionale “vasta, senza esclusioni
e senza contrapposizioni di aree monetarie, di blocchi o di zone di influenza”,
che era “essenziale” per la ripresa economica e per la pace del
mondo. Premessa di questa collaborazione, era l’intesa nell’ambito
nazionale, tra le categorie e le classi sociali. Tutto ciò avrebbe permesso
all’Italia di presentarsi come un partner affidabile nel consesso mondiale,
acquisendo legittimità e credibilità internazionali, imprescindibili
per partecipare a pieno titolo nel nuovo ordine economico mondiale .2.8 L’agricoltura
e la Coldiretti
Gli interventi di Paolo Bonomi alla Costituente furono ispirati all’esplicita
attività di lobbying dell’esponente novarese a favore della Confederazione
dei Coltivatori diretti da lui presieduta. La Coldiretti, come noto, era nata
nel 1944 per scissione dalla Confederazione degli agricoltori e in competizione
con la Cgil, che invece tardò a dare una rappresentanza alla figura dei
coltivatori diretti .
Gli interventi di Bonomi in Costituente furono quasi completamente dedicati
a temi inerenti l’agricoltura, quali i contributi unificati, i prezzi
delle derrate e di ammasso, la riforma agraria (riforma fondiaria e dei contratti
agrari), l’amnistia per reati agricoli.
Nell’intervenire in Assemblea il 13 febbraio 1947, sulle dichiarazioni
fatte nei giorni precedenti dal presidente del Consiglio nel presentare il nuovo
governo, la professione iniziale fu chiara: “parlo a nome della Confederazione
dei coltivatori diretti”. La Costituente sembrerebbe dal questo punto
di vista un organo rappresentativo dei partiti e anche delle associazioni sindacali.
Nel suo intervento, Bonomi affrontò la questione della proroga dei contratti
agrari, promossa appunto da governo De Gasperi. L’obiettivo di Bonomi
è chiaro: dare stabilità ai contadini, prorogando i contratti,
bloccando le disdette e promuovendo provvedimenti pacificatori (con le dichiarazioni
del presidente del Consiglio, affermò, “torna il sereno in mezzo
ai lavori dei campi”).
La polemica di Bonomi era indirizzata contro la Confagricoltura, nel tentativo
di strappare a questa ultima anche la rappresentanza degli affittuari. I motivi
della proroga erano semplici: essendovi forte pressione sulla terra da parte
dei contadini, in regime di libertà gli affitti sarebbero andati “alle
stelle”. In conseguenza della guerra, era invece necessario tutelare maggiormente
la stabilità, a danno degli interessi dei proprietari terrieri. La proroga
doveva essere portata inoltre a tre anni, invece che ad uno, in modo da impedire
la pratica di “un’agricoltura di rapina”. Al di là
del momento contingente, ad ogni modo, secondo Bonomi era necessario elaborare
un equo canone d’affitto, ossia adottare un intervento in grado di riequilibrare
le condizioni degli affittuari che in alcune province (Napoli, Caserta, ma anche
al Nord, a Mantova) pagavano come affitto tra il 60 e il 70 per cento della
produzione lorda. A questo fine, sarebbe stato opportuno attivare commissioni
paritetiche presiedute dal magistrato, in grado di limitare le richieste dei
proprietari terrieri, ed in modo da potenziare le piccole aziende.
In questo intervento, Bonomi esplicitò inoltre un aspetto spesso disconosciuto
dalla storiografia, ossia il collegamento tra i decreti Segni per l’assegnazione
delle terre incolte ed i precedenti decreti Gullo. A differenza di quanto in
genere si crede, infatti, il decreto Segni del settembre 1946 migliorava e non
peggiorava quello avanzato nel 1944 dal ministro comunista Fausto Gullo. E’
per questo che esso fu criticato ancora più duramente dalla Confagricoltura.
Come dimostravano le statistiche, con il nuovo decreto le terre venivano concesse
con maggiore rapidità, mentre con il decreto Gullo, come sostenne Bonomi,
“era troppo facile per il proprietario dire ed affermare che le terre
incolte non c’erano o erano destinate al pascolo”. Con la nuova
dizione, “uso più intensivo” della terra, l’applicazione
dei decreti diveniva più semplice. Per Bonomi, inoltre, non si trattava
di dare solo le terre; ai contadini dovevano essere dati anche i mezzi per coltivare,
come trattori e aratri .
D’altronde, il rafforzamento del piccolo coltivatore diretto era stato
posto come obiettivo centrale da Bonomi anche nella Commissione tecnica della
Costituente (quella relativa all’agricoltura, presieduta da Manlio Rossi
Doria e Giuseppe Medici), quando si espresse in favore di una riforma agraria
che non si esaurisse nella bonifica e non passasse quindi attraverso i consorzi
di bonifica, ma promuovesse la formazione di piccola proprietà contadina
– assunta come unità poderale – in modo più deciso
di quanto la legislazione serpieriana avesse fatto durante il fascismo .
La polemica di Bonomi era indirizzata contro i grandi gruppi proprietari e industriali,
come i caseari, che erano riusciti ad ottenere dal governo una serie di misure
a loro favorevoli per la produzione del latte, a detrimento degli interessi
dei consumatori, e andavano acquistando grandi masse di terre per gli allevamenti,
sottraendoli al mercato fondiario. Nell’intervento del 13 febbraio 1947
si soffermò poi sulla borsa nera e richiese che, se vi dovevano essere
dei controlli e delle punizioni, queste dovevano avvenire in tutti i settori
e per tutti i prodotti: o libertà economica per tutti, affermò,
o per nessuno. Bonomi sostenne che l’agricoltura riceveva scarsa attenzione
da parte del legislatore, mentre essa era il futuro del paese, settore che avrebbe
potuto dare stabilità e pace sociale solo di fronte ad interventi significativi
del governo in favore dei lavoratori delle campagne .
Tutto in difesa della figura del piccolo proprietario coltivatore è l’intervento
alla Costituente del 4 luglio 1947, sul tema della tassa patrimoniale: la piccola
proprietà, che tutti i partiti dicevano di voler difendere, era “garanzia
di ordine sociale” e sarebbe stata per l’Italia “baluardo
per la difesa della libertà per tutti i cittadini”. In questo intervento
si avvertono i prodromi della “questione” del credito agrario, che
sarebbe stato oggetto di forte e lunga polemica con la Banca d’Italia,
riottosa a consentire finanziamenti al settore primario da parte degli istituti
di credito .
La difesa da parte di Bonomi di alcuni dei decreti Gullo appare ancora in una
interrogazione, del 24 settembre 1947, firmata anche dai rappresentanti del
“laburismo cristiano” Storchi (Acli) e Pastore (corrente cristiana
della Cgil) . L’interrogazione verteva ancora una volta sulla situazione
degli affittuari, in seguito alla dichiarata incostituzionalità (sebbene
non vi fosse ancora la Costituzione!) da parte della Corte dei conti del decreto
Gullo sui fitti in grano. Gli interroganti richiedevano un intervento del governo
e del ministero per sanare una situazione dai risvolti preoccupanti, che avrebbe
potuto compromettere il processo di pacificazione delle campagne. Bonomi incarnava
in altre parole quella parte della Dc che, attraverso la mediazione tra le categorie,
con il sostegno del ministro Segni, avrebbe avviato un processo di stabilizzazione
sociale, favorendo l’affermazione dei coltivatori diretti e degli affittuari.
Ciò avrebbe facilitato la ripresa della produzione .
L’altra importante questione dibattuta in Costituente fu la concessione
dell’amnistia (o dell’indulto) per reati agricoli. Questa discussione
si sviluppò nello stesso periodo in cui la conflittualità nelle
campagne era divenuta esplosiva, con scontri frequenti e violenze. Bonomi si
schierò per interventi di mediazione e per facilitare la pacificazione.
In particolare, fu richiesta l’amnistia per l’evasione degli ammassi
e tale intervento cadde nel momento in cui vi era la ripresa di un regime vincolistico
non più totalitario . Essendo stato raggiunto il necessario degli ammassi,
l’assemblea votò la mozione Bonomi per un intervento di clemenza,
lasciando al governo ed al presidente del Consiglio decidere se realizzarla
mediante l’indulto o l’amnistia .
3. L’attività dei Costituenti Dc nel e per il territorio laziale
Sebbene non si possa parlare di un legame stretto tra il territorio e la Dc,
che non era articolata localmente come lo era, ad esempio, il Partito comunista
italiano, anche il partito democristiano sviluppò una propria politica
nell’area laziale, che ebbe riflessi nel dibattito nell’Assemblea
Costituente. Accanto all’attività del sindacalismo cattolico e
dell’Azione cattolica, oltre che delle parrocchie, alcuni costituenti
si interessarono in modo specifico a situazioni particolari afferenti alla circoscrizione
laziale. Il dibattito alla Costituente ci permette di osservare attraverso un
punto di vista privilegiato alcuni aspetti della situazione politica, economica
e sociale dell’area laziale. Attraverso gli interventi dei Costituenti,
ci troviamo in altre parole davanti ad uno “spaccato” della storia
del Lazio.Le conseguenze della guerra ed il difficile ritorno alla vita civile
Le figure principali di questa attenzione erano quella di Giulio Andreotti,
per via dell’incarico di governo, quale sottosegretario alla presidenza
del Consiglio, e quella di Giacomo De Palma, che aveva partecipato alla lotta
resistenziale e portava avanti in modo personale l’azione politica della
Dc di Frosinone. Il primo, giovanissimo, fu coinvolto personalmente per le elezioni
alla Costituente, e si recò a tal fine a fare propaganda elettorale a
Cassino . Il secondo, avvocato, nativo di Frosinone, già nel luglio 1943
aveva partecipato attivamente alla costituzione di un gruppo dalla chiara connotazione
democristiana . Non a caso è De Palma la figura più attiva, perché
esponente di spicco della Dc locale, nonché per aver partecipato alla
resistenza e quindi per aver sviluppato una tendenza maggiore alla concretezza
ed all’attivismo politico.
Appare interessante sottolineare che mentre si discutevano gli assetti del nuovo
regime democratico, e quindi ci si impegnava in formulazioni “future”
e di prospettiva, il paese stesse ancora vivendo gli effetti della guerra, rispetto
alla quale non si era ancora ristabilita del tutto una vita “normale”.
La Costituente rappresentava in un certo senso questo passaggio, tra un passato
(il fascismo e, soprattutto, la guerra) da chiudere ancora del tutto, e il futuro
(la Costituzione), ancora da scrivere. I problemi aperti, concreti e lontani
dall’idealità della Costituzione, erano numerosi: il ripristino
delle comunicazioni e la mobilità degli operai, la ripresa dell’erogazione
dell’elettricità, la penuria degli alloggi, la messa in sicurezza
di strutture danneggiate dai bombardamenti.
Nella seduta del 10 dicembre 1946, Andreotti segnalò il fatto che non
si era ancora intervenuti coattivamente per ripristinare il servizio di illuminazione
nella zona di Cassino (comuni di Aquino, Roccasecca, Castrocielo, ecc., che
avevano subito pesanti bombardamenti), lasciando gli abitanti a pagare “il
duro tributo alla guerra sconvolgitrice” . L’agricoltura era stato
il settore a subire di più gli effetti della guerra, e mancavano i più
elementari strumenti di lavoro. Di fronte agli industriali italiani che affermavano
non esservi bisogno di importare macchinari dall’estero, visitando Cassino
Paolo Bonomi era rimasto colpito da una scena emblematica:
E poi voi andate in giro – come è capitato a me quindici giorni
fa – nella zona di Cassino, martoriata dalla guerra, e vedete aggiogati
all’aratro non buoi, né cavalli, ma la moglie e i figli del colono
e del coltivatore diretto! Questa è la realtà!
Altra situazione di perdurante difficoltà alla ripresa di una vita civile
era la questione degli alloggi, determinata non solo dalla densità di
popolazione, ma soprattutto dalle devastazioni della guerra. A Ceprano (Frosinone),
ad esempio, l’edificio scolastico era stato occupato da persone rimaste
prive di alloggio in seguito al crollo dei fabbricati dove vivevano in precedenza,
gravemente danneggiati. Vi era stata quindi l’interruzione delle attività
scolastiche, al 27 maggio 1947, per due mesi. De Palma sollecitò in questo
senso l’intervento del ministro della Pubblica istruzione e dei Lavori
pubblici, ricevendo rassicurazioni sul fatto che si sarebbe proceduto allo sgombero
e alla ristrutturazione degli edifici pericolanti . Dal punto di vista delle
comunicazioni e della mobilità degli operai, le difficoltà da
superare per un ritorno alla normalizzazione furono notevoli: in alcuni casi
le esasperazioni dei lavoratori per i ritardi e per la mancanza di risposte
dalle autorità, come sulla linea Mandela-Roma, provocarono il blocco
dei treni. Tale situazione fu evidenziata da Igino Giordani, che sollecitò
il governo a dare una risposta alle “centinaia” di lavoratori che
si recavano giornalmente a Roma .
Gli anni del dopoguerra costituivano dunque un periodo condizionato fortemente
dagli effetti bellici. Nel Lazio era assai diffuso il mercato nero, che aggravava
ulteriormente le differenze economiche e sociali esistenti tra le categorie
produttrici. Significativo un intervento di Bonomi, del 18 dicembre:
Un giorno, in un Comune della provincia di Viterbo trovai un maresciallo, il
quale mi disse: “Questa mattina ho portato in prigione cinque contadini
che ho trovato col grano. Però – ha aggiunto – oggi nel pomeriggio
sono stato a Roma e la mia coscienza si è turbata; e stasera ho quasi
un rimorso di coscienza”. Perché – gli ho chiesto. “Perché
– ha detto lui – io ho fatti dei posti di blocco, sono andato a
fare le perquisizioni nelle case dei contadini, a guardare sotto i letti, a
guardare sotto i cassettoni, per vedere se c’era del grano; e sono stato
a Roma e ho visto che in tutte le piazze, in tutte le strade si vendono pubblicamente
il pane bianco, l’olio, lo zucchero e la farina” .
Ancora all’inizio del 1948, De Palma interveniva in Costituente, richiedendo
spiegazioni sul perché non fossero stati iniziati i lavori di bonifica
nella zona di Campovarigno in Sora, finanziati fin dall’aprile 1947, e
esprimendo ancora con forza la necessità, ai fini della disoccupazione
e della ripresa di una vita normale, di ricostruire gli alloggi, come le case
popolari nella zona “baraccata” di Sora. A questi fini, oltre che
per facilitare la ripresa degli spostamenti e degli scambi commerciali, dovevano
inoltre essere realizzati alcuni ponti (come il San Lorenzo, distrutto dai tedeschi)
che sarebbero stati utili alla cittadinanza . La sospensione dei lavori in queste
zone sarebbe stata definitivamente superata con l’arrivo degli aiuti del
Piano Marshall, che consentirono ai consorzi di bonifica di realizzare importanti
interventi infrastrutturali, anche in collegamento con la riforma agraria .
Analizzando la situazione locale, si può, in altre parole, parlare di
“ricostruzione” per un periodo più lungo di quanto in genere
si afferma.
La questione più delicata che interessò il Frusinate, legata ancora
una volta alla guerra, era costituita dalle violenze perpetrate dall’esercito
marocchino francese, che aveva affiancato le truppe angloamericane nell’invasione
della penisola. Secondo una stima di Tommaso Baris, furono circa 2.000 le donne
violentate e 600 gli uomini . Tale problema era sentito vivamente dalla popolazione
locale, soprattutto da quella femminile. La questione fu dibattuta in Costituente
sia da parte Dc, con De Palma, che da esponenti di altri partiti e fu oggetto
di battaglia politica da parte del Pci locale, trascinandosi fino alle elezioni
dell’aprile ’48.
Intervenendo alla Costituente, De Palma presentò una interrogazione ai
ministri dell’Interno e dell’Assistenza post-bellica, appunto per
sapere quali provvedimenti erano allo studio da parte del governo per intervenire
in favore delle donne violentate in alcuni centri della provincia di Frosinone.
Il sottosegretario alla Presidenza del consiglio, affermò che il governo
era stato già allertato dalle prefettura di Frosinone e Latina e che
erano stati disposti sussidi in favore delle donne della zona, che avevano subito
violenze dalle truppe marocchine e che versavano in particolari condizioni economiche
disagiate o in grave stato di salute. I fondi, assegnati alle prefetture che
li misero a disposizione degli ECA (Enti comunali di assistenza), ammontarono
a 3.600.000 di lire . A queste somme si erano aggiunti altri interventi assistenziali,
per venire incontro alla difficile situazione sociale.
De Palma non fu tuttavia soddisfatto della risposta del governo. Sollecitato
fin dal 1945, il ministero competente aveva concesso ad alcune donne solo la
somma di 500 lire, che era assolutamente inadeguata ad affrontare una situazione
“veramente tragica nei confronti di queste donne, le quali meritano la
massima assistenza, perché ritengo siano quelle più gravemente
percosse e ferite dalla guerra”. Un’assegnazione degli aiuti su
base economica (le più povere) non aveva senso di fronte ad una situazione
che richiedeva “equanimità” nei confronti di tutte coloro
che erano state colpite. Bisognava poi controllare che queste somme giungessero
proprio alle donne colpite e non fossero utilizzate per altri fini assistenziali.
La proposta di De Palma era che il governo assegnasse una somma a titolo di
indennizzo, sia pure minima, ma sicura. Ciò era tanto più necessario
perché le donne colpite vivevano “una condizione dolorosa”
e alcune di loro “per comprensibile ritegno”, non avevano neanche
denunciato i fatti di cui erano rimaste “vittime”. Costoro, tra
l’altro, avevano dovuto in alcuni casi affrontare col proprio denaro cure
mediche costose. Tenendo conto delle distruzioni subite dalla provincia di Frosinone,
e dal generale impoverimento di tutti gli strati sociali, il governo doveva
dare quindi aiuti “più cospicui e concreti”, a quelle “povere
vittime” e avrebbe dovuto fare questo senza distinzione tra abbienti e
non abbienti. Tale situazione, tra l’altro, aveva fatto una pessima pubblicità
al governo sulla stampa: una brutta figura, in altre parole, che poteva essere
evitata . L’assegnazione delle terre incolte e la situazione dell’ordine
pubblico
A metà tra le conseguenze economiche della guerra e le attese dei contadini
laziali per una politica riformatrice in grado di ridistribuire le terre, nella
Costituente fu Andreotti a segnalare la critica situazione delle popolazioni
nella zona di montagna dell’area Pontina. La situazione dell’agricoltura,
soprattutto del Lazio, era stata sottoposta a vigilanza da parte delle forze
angloamericane, che avevano monitorato con attenzione anche i primi movimenti
di occupazione delle terre, verificatisi come è noto nel 1943 in Calabria
e poi sviluppatisi nelle altre aree latifondistiche . Nel Lazio, come è
noto, si susseguirono invasioni e richieste di terra a Campagnano, Castelnuovo,
Mazzano, Riano, Isola Farnese. Vi furono, tra l’altro, anche tentativi
di invasione delle terre dell’asse ecclesiastico. Secondo i decreti Gullo-Segni
di assegnazione delle terre incolte alle cooperative contadine, al 31 dicembre
1946 erano stati assegnati nell’area laziale 27.335 ettari di terra, contro
76.824 richiesti, a dimostrazione della sproporzione tra la pressione esercitata
dai contadini e il funzionamento delle commissioni deputate alle risoluzioni
delle vertenze, in parte condizionate dalle resistenze dei proprietari terrieri
.
L’intervento del sottosegretario Andreotti è la spia di una situazione
politica nella quale le sinistre, sostenute anche da settori del mondo cattolico,
andavano sviluppando un’intensa mobilitazione dei contadini per ottenere
una riforma agraria che ridistribuisse appunto le terre. L’interrogazione
di Andreotti è significativa perché, a differenza di molti esponenti
della stessa Dc e dei partiti di destra, riconosceva che vi era nei contadini
una “antica aspirazione di avere assegnata una parte della terra in pianura”.
Per rispondere a tale aspirazione, vi era quindi la necessità dell’intervento
dello Stato sull’Opera nazionale combattenti, che, entrata in possesso
di alcuni terreni espropriati, avrebbe potuto agevolarne il trasferimento ai
contadini della zona di montagna. Il motivo era di giustizia sociale, ma anche
di ordine pubblico: “l’interrogante fa infine presente che, a causa
di agitazioni talvolta spontanee e non raramente artificiose, che si vanno creando
nella zona, il problema potrebbe destare, in un vicino futuro, serie preoccupazioni
per l’ordine pubblico” . Visto che le trattative si prolungarono,
Andreotti intervenne nuovamente, sollecitando la risposta di Scelba, che riportò
l’avvenuto interessamento del prefetto di Latina, per venire incontro
alle richieste dei contadini dei Monti Lepini. In questo senso, erano stati
interessati tutti gli enti competenti, “ai fini di promuovere la soluzione
più opportuna del problema” .
Vi era una evidente connessione con l’attività della Coldiretti
di Bonomi, ma soprattutto appare evidente che non vi fosse da parte della Dc
– come invece affermato da parte della storiografia – l’intento
di “affossare” i provvedimenti di assegnazione delle terre: almeno
fino all’esclusione delle sinistre nel maggio 1947, numerosi esponenti
della Dc considerarono i decreti Gullo-Segni dei provvedimenti utili per mantenere
stabili aree ove i rapporti tra i contadini, il territorio e i grandi proprietari
terrieri necessitavano di un intervento di trasformazione e di riforma fondiaria.
Le assegnazioni delle terre incolte, d’altronde, facevano parte del programma
di governo delineato da De Gasperi nell’estate del 1946.
La conflittualità nelle campagne si intrecciò nella seconda metà
del 1947 all’evoluzione della situazione internazionale e degli equilibri
di governo. Con l’esclusione delle sinistre nel maggio, il confronto tra
i partiti si fece più serrato, e la conflittualità sindacale e
politica sfociò più volte in atti di violenza. Tra il settembre
e il dicembre 1947, furono numerosi gli interventi in Costituente sulla situazione
dell’ordine pubblico. Il Lazio era una delle aree ove si verificarono
episodi di una certa rilevanza, anche se si può definire una regione
“a bassa intensità” conflittuale, rispetto ad altre zone
“calde” come l’Emilia, le Puglie, la Sicilia.
La Dc intervenne nel dibattito soprattutto con il sottosegretario agli interni,
Achille Marazza, che dovette più volte spiegare quali fossero state le
azioni delle forze di Polizia di contrasto agli atti di violenza. Tra i Costituenti
laziali, vi è da ricordare l’interrogazione di Di Fausto, il quale
segnalò al Ministero dell’interno la gravità della situazione
dell’ordine pubblico per quanto riguardava la libertà di stampa.
Erano infatti avvenute distruzioni dei giornali alla periferia di Roma, fatto
non episodico ma che si andava ripetendo in altre città (Biella, Sampierdarena
e Genova) e che evidenziava il rischio di una degenerazione dei rapporti civili.
Era in gioco, in altre parole, la libertà di stampa, in quanto le distruzioni
si alternavano ad episodi di rifiuto da parte delle maestranze di stampare alcuni
giornali e degli edicolanti – intimoriti dalla possibilità di subire
violenze – di venderli .
Riflettendo una situazione più generale, anche nella Dc laziale si intrecciano
due risposte: una di tipo economico, tesa ad interpretare i fatti di violenza
e le lotte contadine originate, in primo luogo, da cause economiche; la seconda,
di tipo militare, nel senso di cercare di contenere le proteste, eventualmente
reprimendole. Erano le due linee lungo le quali si sarebbe sviluppata la politica
dei governi De Gasperi.
Un episodio particolare: l’organizzazione dell’Anno Santo del 1950.
Un fatto poco conosciuto nella storia dell’attività della Costituente
è il dibattito che si sviluppò sull’organizzazione dell’Anno
Santo, che si sarebbe dovuto tenere nel 1950. In Costituente fu presentato da
De Martino un articolato programma di interventi, di fronte al quale Andreotti
fu chiamato a spiegare la posizione e l’attività svolta o da svolgere
da parte del governo. Nel riconoscere che la formulazione di un programma fosse
quanto mai “urgente”, Andreotti si soffermò sulla situazione
delle attrezzature turistiche che dovevano essere riportate al livello precedente
la guerra ed anzi incrementate e modernizzate. Nel settore alberghiero, però,
si risentivano ancora fortemente “gli effetti distruttivi dei bombardamenti
e quelli del deterioramento progressivo per opera dell’occupazione degli
alberghi prima da parte delle truppe tedesche e poi da parte delle truppe alleate
di ogni genere”. E’ interessante sottolineare, ancora una volta,
che il Lazio che appare negli interventi dei costituenti, come questo di Andreotti,
sia ancora, alla fine del 1947, un’area fortemente condizionata dalle
distruzioni e dalla presenza degli angloamericani, che, secondo gli accordi
stipulati con il governo italiano, avevano potuto requisire per fini militari
gli stabili più ampi e solidi della zona. La firma del trattato di pace,
da questo punto di vista, con il ritiro dalla penisola delle truppe angloamericane
il 15 dicembre 1947, avrebbe finalmente consentito, secondo le parole di Andreotti,
“la derequisizione del patrimonio alberghiero” e la sua restituzione
all’attività dei privati. Parallelamente, si sarebbe dovuto avviare
un programma di ricostruzione di nuove strutture, ma tale programma era solo
agli inizi, per mancanza di fondi, che impedivano di proseguire a tappe accelerate.
A Roma il problema era stato affrontato, e in parte risolto, con lunghe trattative
con le autorità militari, che avevano infine accettato di smobilitare
le attrezzature belliche da Pietralata e dato così la possibilità,
dopo la necessaria autorizzazione del demanio, di costruire un “albergo
di massa”.
La preparazione all’Anno Santo, ad ogni modo, non si esauriva dal lato
turistico, ma necessitava di un piano di propaganda, indirizzata verso l’estero,
che si doveva coniugare con l’apertura del paese al traffico internazionale,
conseguibile mediante la “velocizzazione” delle pratiche alla frontiera,
la risoluzione delle questioni valutarie e dei traffici transoceanici. A tali
fini, era stato costituito un Comitato misto, con rappresentanti di organi ministeriali,
delle associazioni interessate e della Peregrinatio Romana de Petri Sede, l’organo
tecnico che si occupava di manifestazioni religiose. Tale organo, concluse Andreotti,
non aveva fatto moltissimo, ma il governo si sarebbe presto impegnato nell’attività
di preparazione, anche coinvolgendo direttamente i deputati della Costituente
interessati nelle attività del Comitato, la cui direzione centrale si
sarebbe formata presso la Presidenza del Consiglio . E’ interessante notare
come le linee di questi interventi (turismo, ristrutturazione degli edifici
sacri, potenziamento dei servizi di frontiera, ecc.) furono sviluppate negli
anni successivi, quando nella organizzazione dell’Anno santo furono coinvolti
tutti i ministri più importanti, in uno sforzo di coordinazione con il
Vaticano e il Comune di Roma .
gennaio 2007
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