IL LAZIO E LA COSTITUENTE
in collaborazione con l’Istituto Luigi Sturzo
e con l’Assessorato alla Cultura, Spettacolo
e Sport della Regione Lazio


Roma 26 gennaio 2007
Regione Lazio sala Tevere
Via Cristoforo Colombo 212

La campagna elettorale per la Costituente
Maurizio Ridolfi, Università di Viterbo
Testo provvisorio non utilizzabile senza autorizzazione da parte dell’autore

L’anno mirabile 1946
Un confronto tra le campagne elettorali che si svolsero nel corso del 1946, tra la primavera e l’autunno, con epicentro il 2 giugno 1946, permette di osservare come si andarono definendo i quadri mentali e politici della nuova Italia .
Fu in discussione non solo l’assetto istituzionale e politico, quanto la connotazione sociale e culturale del modello di vita in cui gli Italiani si sarebbero riconosciuti negli anni successivi. Fu un appuntamento ancor più ricco di tensioni in relazione ai pregiudizi e alle speranze che suscitò l’entrata sulla scena elettorale delle donne, che parteciparono al voto in modo massiccio .
La campagna elettorale, grazie all’eco maggiore che ad essa davano i nuovi mezzi di comunicazione (la radio, i filmati, i comizi amplificati dal megafono, accanto ai manifesti, i giornali murali, ecc.), dimostrava di essere uno specchio capace di riflettere le passioni e le paure degli anni in cui si definivano i caratteri dell’Italia democratica. Insomma, quegli eventi elettorali, gli esiti e la loro rappresentazione – per non dire della loro memoria, fino ad oggi- presso le generazioni successive, divennero una sorta di autorappresentazione della “lunga” storia d’Italia .
La formazione e la legittimazione del sistema politico italiano avvennero nel “segno” del ruolo assunto dai partiti e dal sindacato unitario. Sia nella immediata riesumazione delle logiche del sistema parlamentare che si ebbe nel Regno del sud sia nella guida della Resistenza nelle regioni settentrionali, i partiti svolsero un ruolo primario nel processo di fondazione e di legittimazione delle nuove istituzioni . Senza dimenticare però la Chiesa e l‘Azione cattolica.
Dovendosi ricostruire un collante simbolico a sostegno di un condiviso sistema di valori patriottici, i partiti assunsero un compito di educazione democratica e di apprendistato politico che né la società atomizzata né le risorgenti istituzioni dello Stato statali assicuravano.
Le elezioni del 2 giugno 1946: il caso del Lazio
Le elezioni del 2 giugno 1946 fotografarono una realtà assai diversa tra le prevalenti propensioni progressiste e repubblicane delle regioni centro-settentrionali e l’ancora maggioritaria inclinazione verso le posizioni moderate e filo-monarchiche del Mezzogiorno . E però la dimensione spaziale e territoriale dell’evento –andrebbe messa a fuoco in modo ravvicinato.
In un quadro assai variegato di sigle, contrassegni e piccole formazioni , tra quelle di rilievo nazionale emergeva la forza dei partiti di massa. Quel voto fu dovuto soprattutto alle diversa intensità e alle forme altrettanto diseguali del coinvolgimento nella lotta di Liberazione. In realtà, occorre considerare il diverso raggio d’azione territoriale delle potenti strutture educative e di mobilitazione messe in campo dai principali partiti di massa, il Pci da una parte e dall’altra la Dc con il mondo cattolico.
Occorreva però ricostituire anche quel dialogo tra le generazioni che il fascismo e il trauma della guerra avevano spezzato. . Nella campagna elettorale del 2 giugno 1946 furono i giovani, ragazzi e ragazze, i principali protagonisti. Lo ha evidenziato la testimonianza di Bianca Bracci Torsi.
Erano loro a distribuire volantini, a animare i dibattiti di strada e a insegnare a votare. Alla generazione che non aveva mai esercitato il diritto di voto si aggiungevano gli anziani che lo avevano dimenticato, molti dei quali analfabeti, e infine le donne. Per la prima volta c’erano donne in lista, per la prima volta, fra dubbi, perplessità, sfiducia di molti progressisti, tutte le donne italiane andavano a votare e a loro si poneva, oltre al problema dell’orientamento politico, quello dell’esercizio materiale del voto. Furono proprio ragazzi e ragazze a studiare i regolamenti e a spiegare ai coetanei e ai più anziani, cominciando dalla propria famiglia, «come si vota» .
Il caso del Lazio merita una sua autonomia anche in virtù del duplice ruolo di Roma –area metropolitana e baricentro regionale, nonché capitale. E’ quanto rilevò Paul Ginsborg nella sua proposta di aggregazione territoriale del paese.
La trattazione a sé del Lazio trova la sua origine nella peculiarità, sotto il profilo statistico, della città di Roma e conseguentemente della regione .
Roma era il capoluogo della circoscrizione che comprendeva le province e i comuni di Latina, Viterbo e Frosinone, con la presenza di 27 liste.
Il voto delle donne.
Fino a che punto ebbe influenza la memoria dell’emancipazionismo femminista e sugffragista nel motiva la partecipazione delle donne al voto. Ha scritto di recente Patrizia Gabrielli:
“E’ stata da più parti segnalata la scarsa rilevanza, o addirittura l’indifferenza, mostrata verso il diritto al suffragio da coloro che andarono formando il nuovo ceto politico femminile dell’Italia repubblicana […] . La memoria emancipazionista e suffragista era stata cancellata da una doppia censura: quella fascista, ma ancor prima la condanna del tradizione femminista da parte dei comunisti nel primo dopoguerra.
Sussistono piani analitici diversi: individuale, familiare, associativo e comunque nella sfera di influenza della politica organizzata (il mondo comunista e quello cattolico in particolare). Se l’adempimento del dovere di andare a votare è motivato su un duplice piano – la responsabilità individuale e il benessere nazionale – e se si insiste ora (i cattolici) sui fattori teologico-morali ora (le sinistre) sui fattori etico-politici, comune ai due universi era la centralità della famiglia. Era emerso già nel primo congresso regionale delle donne socialiste del Lazio, svoltosi nel dicembre 1945, laddove si sottolineava «lo stretto vincolo che unisce gli interessi del nucleo familiare a quelli della nazione, spiegando come ogni avvenimento sociale si ripercuote sul benessere della famiglia» La famiglia insomma, venne sovente considerata come il luogo ideale dell’apprendistato civico, in quanto spazio pedagogico prepolitico e quindi più consono degli stessi partiti a formare il “buon cittadino”.
Il diritto acquisito viene propagandato come un dovere. Mentre la legge fu accolta generalmente nel disinteresse di stampa, partiti e opinione pubblica, tutto cambiò a ridosso delle prime prove elettorali della primavera del 1946. Su “Noi donne”, il periodico dell’Udi , nella primavera del 1946 si inaugura la rubrica “Si vota”. Si susseguono articoli, interviste e biografie esemplari, nell’intento di riattivare i fili ininterrotti tra le generazioni e di fare della ridestata tradizione suffragista una risorsa ulteriore nell’animare la nuova scena pubblica, in cui le donne compartecipavano alla vita politica. Ha ricordato ancora Gabrielli:
“Si pubblicò una rubrica di chiaro stampo pedagogico, nella quale con una serie di domande e di rispostesi informava sui paesi che l’avevano precedentemente riconosciuto, sulla prima donna senatrice, sulle origini del termine «femminismo» e sulle prime suffragiste” .
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La campagna elettorale a Roma: leaders, luoghi della memoria e linguaggi politici
Avvicinandosi al giorno del 2 giugno, Roma fu al centro dell’attenzione della stampa e dell’opinione pubblica. Fu nella capitale che i leaders dei principali partiti aprirono la campagna elettorale nazionale, avviata la domenica del 6 maggio ; allo stesso modo, quelle occasioni delinearono lo scenario e i protagonisti della competizione a Roma e nel suo territorio regionale, dal quale spesso provenivano i gruppi di militanti e di elettori mobilitati dalle organizzazioni di partito.
Il leader del Pci, Palmiro Togliatti, ministro di Grazia e Giustizia, avviò la campagna elettorale comunista il 6 maggio, con un discorso al teatro Adriano . Al programma per la Costituente e per la la ricostruzione nazionale, si accompagnava la considerazione delle esigenze quotidiane di militanti ed elettori che a Roma facevano del Pci un partito di estrazione allo stesso tempo popolare e plebea.
Il leader del Psi, Petro Nenni, vicepresidente nel Consiglio di governo, aprì anch’egli la campagna elettorale il 6 maggio, presso il teatro Brancaccio. Coniugando la prospettiva della Repubblica con l’affermazione delle classi lavoratrici e del socialismo, Nenni prefigurava un’autonomia dell’Italia democratica da entrambi i blocchi internazionali, distinguendosi in questo dal Pci. Egli imputava alla Monarchia la difesa degli interessi di quanti si erano identificati con il regime fascista; essa avrebbe diviso il paese, mentre «la Repubblica ci unisce nella libertà e nella democrazia» .
Sempre il 6 maggio, entrarono in campo anche i fautori più conseguenti delle due opzioni referendarie. Al teatro Eliseo, parlò Ferruccio Parri, leader della Concentrazione democratica repubblicana, interprete di un programma che coniugasse i valori della libertà e della giustizia . Il primo comizio dei monarchici, si tenne nello Stadio di Domiziano, laddove si paventò il “salto nel buio” che per l’Italia sarebbe stato il superamento della Monarchia, con tanto di passeggiata sotto il balcone del Quirinale, per salutare il Luogotenente Umberto II e la famiglia reale .
Il 12 maggio, la seconda domenica di campagna elettorale, registrò la discesa in campo anche delle altre formazioni politiche. Sotto le insegne del Blocco nazionale delle libertà, uno dei principali esponenti, il generale Roberto Bencivenga, nel difendere la legittimità della Monarchia, evidenziò il carattere della lista, affermando che sarebbe stato meglio «rimanere sotto la dittatura fascista che cadere sotto al dittatura del Cln» . I nostalgici del fascismo guardarono soprattutto al Fronte dell’Uomo Qualunque, il cui leader Guglielmo Giannini aprì la campagna elettorale con un comizio al teatro Rex. La Monarchia non era in discussione e la presa di distanza dagli ultimi anni del regime fascista era alquanto annacquata dalle accese polemiche contro i governi e i partiti del Cln.
Sempre la domenica 13 maggio, nell'aprire a Roma la campagna elettorale degli azionisti, Federico Comandini accompagnò a la rivendicazione di una «democrazia popolare» con un largo ricorso alle memorie risorgimentali, denunciando le manipolazioni della storia patria addebitata ai “chierici” della Monarchia. La semplificazione del messaggio e le concessioni alla retorica di circostanza a cui induce un comizio, comportano una rilettura altrettanto unilaterale del processo risorgimentale e della storia italiana postunitaria. Rifulgono la figura dell'apostolo Mazzini e gli eredi più illuminati - Gobetti e Rosselli -, banditori di «principi che, se furono misconosciuti in anni lontani - si osserva con compiacimento ma con eccessiva enfasi -, sono diventati oggi patrimonio di tutti i partiti di massa» . La sfida tra Monarchia e Repubblica investe però la complessa questione delle “colpe” per la catastrofe bellica.
Nella capitale la campagna elettorale rifletteva la presenza del Vaticano. Essa si arricchì di una diversa voce rispetto a quella dei leaders di partito: la voce del papa Pio XII. Il 12 maggio il pontefice parlò a migliaia di giovani donne dell’Azione cattolica accorse a Roma per un pellegrinaggio in Vaticano. Senza distinguere tra Monarchia e Repubblica, l’importante era che il voto fosse indirizzato a vantaggio di coloro che avessero saputo difendere la religione e il messaggio sociale della Chiesa cattolica .
Il giorno dopo fu il leader della Dc, Alcide De Gasperi, capo del governo, ad aprire la campagna elettorale del suo partito, con un discorso presso la Basilica di Massenzio. A differenza sia di Togliatti sia di Nenni, che legavano le colpe storiche di Casa Savoia alla scelta referendaria, De Gasperi riconduceva la scelta tra Repubblica e Monarchia alla coscienza individuale. Ciò permetteva di collocare la Dc su di un terreno morale comune a quello del Vaticano e della Chiesa, dimostrandosi attenta alle sensibilità religiose del mondo cattolico ma sottraendo i suoi candidati alla necessità di una esplicita opzione referendaria nelle piazze. Corrispondendo alla preferenza accordata dalla maggioranza del congresso nazionale, De Gasperi indicava comunque la Repubblica come un «regime sincero di popolo» e il «regime democratico più perfetto».
Tutte le piazze e tutti i comizi risuonano oggi della domanda: Repubblica o Monarchia?
La domanda è posta male, troppo semplicisticamente. La domanda vera è questa: “Volete instaurare la Repubblica, cioè vi sentite capaci di assumere su voi, popolo italiano, tutta la responsabilità, tutto il maggior sacrificio, tutta la maggiore partecipazione che esige un regime, il quale fa dipendere tutto, anche il Capo dello Stato, dalla vostra personale decisione, espressa con la scheda elettorale?”.Se rispondete si, vuole dire che prendete impegno solenne, definitivo per voi e per i vostri figli di essere più preoccupati della cosa pubblica di quello che non siete stati finora, d’aver consapevolezza che essa è cosa vostra e solo vostra, di dedicarvi ore quotidiane di interessamento e di lavoro; ma soprattutto vorrà dire che avete coscienza di potere con la vostra opera difendere nella Repubblica la libertà che è il bene supremo, la libertà di coscienza del cittadino in tutti i campi di fronte allo Stato, ai partiti, alla collettività sociale, la libertà di essere ciascuno padrone in casa vostra. E avere la coscienza che questa forma dello Stato non minaccia, ma rafforza l’unità del paese .
La seconda domenica di campagna, il 13 maggio, registrò l’occupazione di piazze, teatri e cinema, luoghi di svolgimento di una miriade di comizi, una trentina secondo le cronache dei giornali. I partiti più organizzati furono in grado di promuovere più iniziative. La Dc utilizzò i cinema Acquario e di Monte Mario, nonché spazi cittadini a Porta Pinciana e a Piazza Sempione; il raggio d’azione si estese però anche alla periferia, a Prima Porta, a Piazza Rosolino Pilo, a Torre Spaccata e a Torre Maura, alla borgata del Trullo, in via Cava Aurelia e alla parrocchia di San Luccio. Il Pci non fu da meno, occupando i cinema Rosa e delle terrazze, nonché le piazze Annibaliano e Risorgimento, di Villa Paganini e Damiano Sauro, e infine ancora in via Cava Aurelia .
L’abdicazione di Vittorio Emanuele III a vantaggio del figlio Umberto nel frattempo avvenuta, contravvenendo la tregua istituzionale siglata tra il Cln e Casa Savoia, avrebbe esacerbato i toni e le forme della campagna elettorale. Il comizio indetto dal Bnl a Piazza del Popolo la domenica del 24 maggio fu costellato di tafferugli con la polizia e dell’arresto di un gruppo di nostalgici del passato regime, avendo questi trasformato l’occasione nella «più grande adunata di repubblichini e di neo fascisti a piede libero dalla data della liberazione della capitale» .
La peculiarità della realtà romana fu avvalorata dalla chiusura della campagna elettorale, di fatto compiuta da un discorso di Pio XII alla radio, il giorno prima del voto. Il pontefice intervenne per indirizzarsi ai cattolici francesi e italiani, lo stesso 2 giugno chiamati ad esprimersi sui destini politico-istituzionali e soprattutto morali dei loro paesi, affinché le «sorelle latine» non si disgiungessero dalla «civiltà cristiana» . .
La giornata del voto nella capitaleLe cronache giornalistiche e le relazioni dei tutori dell’ordine riportarono il senso di un evento, quello svoltosi il 2 e 3 giugno, fuori dell’ordinario, di cui lasciare traccia a futura memoria.
Intanto, il prefetto della capitale certificò lo svolgimento ordinato del voto, nonostante a Roma risultassero più enfatizzate che altrove le tensioni sociali dovute alle disagiate condizioni economiche della popolazione e i conflitti politici maturati nel corso della campagna elettorale tra i due fronti contrapposti. Nonostante «l’arroventato clima in cui è svolta la campagna elettorale» si sottolineava, non c’erano stati incidenti di rilievo; a riprova della «maturità democratica della popolazione» .
Le lunghe, lunghissime fila ai seggi erano le immagini più spesso rilanciate dalle cronache.
E’ cominciata così la grande giornata, con la prospettiva di una lunga attesa Ma nessuno ha voluto cedere. I più previdenti hanno aperto le seggioline pieghevoli, gli altri, in piedi, hanno improvvisato copricapo di carta per difendersi dal sole. Ma le donne numerosissime sono state le più pazienti. Abituate alle estenuanti file della guerra, quest’ultima è sembrata fatica leggera e sopportabile .
Per Roma fu una «grande giornata», senza eguali nella storia dei cittadini della capitale.
Era un grande esame superato. Prima di sottoporvisi, ne siamo certi, molta gente è andata al passato con la memoria e non ha trovato nulla che potesse eguagliare l’importanza del gesto e dell’atto di volontà odierni. Il 2 giugno è l’esperienza nuova e molte cose avrà insegnato a noi.
Ed è apparsa anche più pura, Roma dopo il voto. I giorni della campagna elettorale la avevano imbottita di voci e di carta; e il 2 giugno il silenzio si è diffuso sulle piazze già luoghi di comizi e di comizietti e della propaganda scritta sono rimasti i lembi dei manifesti strappati dall’ultimo polemista notturno, che gli elettori frettolosi e decisi non guardano più. Il voto, che era nei cuori, ormai è sulle menti e si corre dunque a depositarlo al più presto. […]
E poi c’era la grande novità della presenza alle urne delle donne (che a Roma si sono subito rivelate in netta maggioranza sugli uomini) e poi il fatto che qui non s’erano neppure avute le elezioni amministrative. Dunque festa Il 2 giugno delle donneUna particolare attenzione i partiti mostrarono verso le donne e nella conquista del loro voto. Ciò si manifestò anche attraverso la candidatura di un certo numero di donne, presenti soprattutto nella lista del Pci , il quale chiuse la propria campagna elettorale, il 30 maggio, allo stadio di Domiziano, con una festa popolare all’insegna dell’omaggio reso al nuovo protagonismo femminile nella vita pubblica .
Sul fronte monarchico, proprio a ridosso del voto, si volle interpretare e dar voce ad un senso comune auspicato per quanto temuto da parte delle formazioni di sinistra: il voto alla Monarchia per esorcizzare, scrisse il quotidiano del Partito democratico, la minaccia di chi diceva che «ancora il peggio non è venuto». Se gli uomini votavano sulla base di opzioni ideologiche, le loro donne avrebbero scelto «la continuità della vita». Ecco allora la perorazione di una tal Irene Fallini - «sono romagnola e anche questo mi pare che basti», ella scriveva-, disposta a suffragare la speranza che per la Monarchia avrebbero votato tante donne: «le mie amiche ebree», «la moglie del mio calzolaio che è socialista», «la moglie dello stagnaro che è repubblicano» e finanche «la vedova di un fascista onesto e decorato ucciso nell’insurrezione del Nord» .
Che le donne abbiano votato in un modo o nell’altro è difficile da appurare. Che però quel 2 giugno elettorale fosse contraddistinto dal protagonismo femminile è indubitabile. A Roma, non avendo la città votato in primavera per le elezioni amministrative, fu quella la “prima volta” delle donne. Da più parti si osservò l’intensa partecipazione delle donne, animatrici inconsuete delle fila davanti ai seggi.
In particolare le madri di famiglia, già use alle lunghe e estenuanti file per procacciare il pasto quotidiano in questi ultimi anni. L’ultima fila l’hanno fatta domenica ma l’hanno considerata come un premio e un riconoscimento ai loro sacrifici. […]
Sono state le prime, quando ancora non era giorno chiaro ad accorrere alla porta delle sezioni elettorali […]. Brave le nostre donne, brave le nostre madri, molte con un bimbo per mano, molte altre con una creaturina fra le braccia. Ma dovevano , e ancor più, volevano votare .Un “territorio repubblicano”? Il caso di Roma
I risultati del voto referendario collocarono la capitale in una posizione assimilabile a quello delle città meridionali; sia per i tassi di partecipazione sia per le percentuali dei due fronti. Con oltre 1/5 di voti non validi (tra astensionisti, schede bianche e nulle), i fautori della Monarchia prevalsero con il 53,8% dei consensi, rispetto al 46,2% ottenuto dai sostenitori della Repubblica. Nel voto per l’Assemblea Costituente il caso della capitale contraddisse il dato nazionale. Al primato della Dc (il 29,6% dei voti a Roma, il 35% sul piano nazionale) e ai buoni risultati ottenuti dai partiti di destra filo-monarchici, corrispose la grande affermazione del Pri (il 13,9% dei consensi localmente, il 4,4% nel paese), attestato prima delle altre due formazioni di sinistra. Con capolista Ugo la Malfa, il Pri raccolse un forte successo elettorale, sia in quanto interprete intransigente della democratizzazione repubblicana sia come portavoce di una rivendicata sovranità nazionale ; una richiesta che nella capitale, laddove la presenza degli Alleati poteva apparire sempre più ingombrante, dovette avere un particolare riscontro.
Solo il giovedì 6 giugno i giornali filo-repubblicani della capitale uscirono annunciando la vittoria della Repubblica, continuando invece a dissimulare per diversi giorni il primato della Monarchia nel voto romano. L’effervescenza straordinaria di quei momenti venne ben rappresentata dalle cronache dei quotidiani, che mandarono in edicola fino a tre edizioni giornaliere, mentre in molte case «la radio è rimasta perennemente aperta tutta la giornata». Come riportò l«Avanti!», Roma poté apparire davvero la «capitale democratica», con giornate che risultarono «più intense di quelle della liberazione»:
La cronaca delle quarantotto ore che hanno dato al pubblico la certezza che l’Italia è ormai repubblicana è, in fondo, una storia modesta ma degna di ricordo, di edizioni straordinarie. […]
Dal centro della città, sul filo della voce degli strilloni, alla periferia la tensione si accende. […]
Al Ministero degli Interni è una ridda di cifre. II giornalisti che attendono sono più nervosi dei romani che discutono in Galleria, nei caffé, agli angoli delle strade.
E poi, la mattina del 6 giugno, il corale annuncio della vittoria repubblicana, seppure sulla base di dati ancora ufficiosi, dopo che un Consiglio di Gabinetto del governo aveva deciso di superare gli indugi e di dare un segnale forte al paese. «Ore 13. La parola “Repubblica” corre per tutte le strade di Roma portata in trionfo dall’Avanti. “W. la Repubblica, W. L’Italia”, dirà “l’Unità”» . Mentre i giornali di sinistra insistevano sulla vittoria della Repubblica, il quotidiano della Dc sottolineò invece la vittoria del proprio partito, a Roma come sul piano nazionale . Era la riprova della diversa percezione che dell’esito referendario si aveva tra la Dc e i partiti della sinistra.Il caso di Viterbo: tradizione repubblicana e ruolo della chiesa nelle campagne elettorali della primavera 1946A Viterbo e nella Tuscia si ebbe un risultato era anche in controtendenza rispetto a quello del Lazio . Volendo tracciare una mappa geopolitica, in base al risultato referendario, emergeva un dato nettamente favorevole alla Repubblica in 40 dei 59 Comuni. Dall’esame di essi, si vedeva che la Monarchia vantò una maggiore concentrazione di consensi attorno alla capitale, ad eccezione del distretto operaio presente nel comune di Civita Castellana. La vicinanza con Roma fece inoltre di Viterbo una piazza elettorale per gli esponenti nazionali di rilievo, in particolare per i leaders repubblicani.
A Viterbo e nella Tuscia l’obiettivo del raggiungimento della repubblica permise la costruzione di una comunione di intenti tra i partiti della sinistra classista e le formazioni, storiche (il Pri) e più recenti (il Pd’A), della tradizione democratica. I comizi, i cortei, le ricorrenze, le manifestazioni erano organizzate unitariamente da Pri, Pci, e Psi.. La posizione della Democrazia cristiana era invece più articolata; inoltre, alla sua propensione in senso maggioritario per la Repubblica, corrispose l’appoggio aperto del vescovo e del clero alla monarchia . A risultato ormai acquisito, scrisse il prefetto::
“Il Clero e l’Azione Cattolica, che pur mantenendosi formalmente estranei alle contese politiche, non avevano mancato di dare il loro apporto alla propaganda monarchica, hanno disciplinatamente accolto il risultato repubblicano del referendum e dopo la proclamazione della Repubblica non hanno assunto in questa provincia alcun atteggiamento che possa considerarsi ostile verso il nuovo ordine” .
A pochi giorni dalla formazione di un monocolore democristiano alla guida del Comune, dopo la vittoria nel voto amministrativo, i repubblicani ottenevano un successo forse inaspettato. In realtà, ben oltre la ridestata tradizione repubblicana, il capoluogo della Tuscia, situato all’estremità settentrionale del Lazio, si collocava su un piano di continuità rispetto alle culture politiche socialiste e comuniste delle province umbre e toscane.
Viterbo, per l’influenza monarchica del vescovo, la vicinanza con Roma, e la compresenza di una diffusa cultura repubblicana e anticlericale, costituì, anche negli anni successivi, un terreno di scontro ideologico; esso sarebbe stato un laboratorio di culture politiche territoriali al confine tra l’“Italia rossa” e l’“Italia cattolica” gravitante sulla capitale.

Roma e il Lazio: per uno studio sulle “Italie” del 1946
Ha osservato Paul Ginsborg a proposito del voto referendario del 1946:
Il referendum rivelò quanto drammatica fosse la spaccatura tra Nord e Sud. Mentre il Centro e il Nord votarono compatti per la Repubblica, e in alcune zone in modo schiacciante, il sud fu altrettanto solido nel suo appoggio alla monarchia .
Si ricordava però una successiva osservazione di Manlio Rossi Doria, alquanto più realistica e per noi feconda:
Accanto ai contadini trentini cattolici, che hanno seguito De Gasperi, sono stati – possiamo ben dirlo – i “cafoni” di Basilicata e di Calabria a darci quei pochi milioni di voti in più per i quali siamo oggi retti a repubblica anziché a monarchia .
In realtà, la geografia di quel voto e il suo significato meriterebbero ancor oggi un’analisi differenziata, ben oltre le classificazioni geopolitiche tradizionali (nord, centro, meridione). Se ne scorgevano le potenzialità analitiche già in un commento a caldo apparso sul «Messaggero” all’indomani del voto, in relazione ai pericoli di una frattura tra il nord e il sud del paese paventati dal quotidiano inglese «The Times» di fronte al manifestarsi dei risultati elettorali. Non è vero, intanto, che vi fosse una omogeneità nel voto così facilmente rimarcabile. Il pur autorevole «Times» esagerava forse nel riassumere quel voto attraverso lo speculare esito elettorale delle “repubblicane” Milano e Genova e delle “monarchiche “ Napoli e Palermo.
Troverà [il giornale inglese, nda] affermazioni repubblicane importanti, ad esempio, in quella Sicilia, in quella Calabria, in quelle Puglie, in quella Lucania che nessuno considerava favorevoli, se non in proporzioni meno che modeste, alla repubblica.. incontrerà lo stesso fenomeno in Sardegna; accerterò che anche il Lazio e l’Italia centrale hanno dato luogo a più d’una sorpresa.
Per contro ravviserà nel voto delle regioni settentrionali affermazioni monarchiche innegabilmente notevoli. Cifre rispettabili che, sia pure sul terreno della minoranza, rappresentano un orientamento ed una forza di cui si dovrà tenere conto .
Nel quadro della tregua istituzionale imposta dalla “tutela” degli alleati anglo-americani, la scelta tra Repubblica e Monarchia a cui gli Italiani furono chiamati sembrò spesso passare in second'ordine rispetto alla strenua competizione che vide impegnate le diverse forze politiche, consapevoli dell'importanza di presentarsi ai nastri di partenza della vita democratica in posizioni di vantaggio . Il risultato fu che le culture politiche più legate alla sfera del patriottismo repubblicano risultarono depotenziate e spesso emarginate . Si evidenziò la debolezza non solo della tradizione ma anche della cultura repubblicana nella più “lunga” storia italiana; ciò rese tutt’altro che scontato il sostegno degli Italiani alla repubblica nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946, il quale evidenziò, tra storia e memoria, una pluralistica costellazione di culture politiche territoriali.

gennaio 2007

 


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