GRAMSCI
E IL NOVECENTO
a cura di Chiara
Daniele, Donatella Di Benedetto, Fiamma Lussana e Anna
Bodini
A
settant'anni dalla morte Antonio Gramsci (1891-1937) è oggi l'autore
italiano contemporaneo più tradotto e studiato nel mondo. Questa
«fortuna» è dovuta alle Lettere dal carcere
e ai Quaderni del carcere. Le prime costituiscono un monumento
della lingua e della letteratura italiana, un esempio di grandezza intellettuale
e morale che, riconosciuto come tale fin dall'apparire della loro prima
e parziale pubblicazione, nel '47, oggi concorrono alla diffusione della
nostra cultura in quasi tutte le principali aree linguistiche del mondo.
I secondi, forse ancora più tradotti delle prime, costituiscono
un classico del pensiero politico del Novecento.
Gramsci fu un uomo politico e nella politica – l'azione, la lotta
il pensiero – risiede l'unità della sua opera. Anche negli
anni del carcere fascista, che ne logorò irrimediabilmente la fibra
e ne spense prematuramente la vita, Gramsci fu «un combattente politico»,
un riformatore europeo e un grande italiano. Egli diede inizio alla più
rilevante corrente comunistica critica della stalinismo e alternativa
al «marxismo sovietico». Non si possono leggere i suoi carteggi
e tanto meno si può intendere il pensiero consegnato ai Quaderni
del carcere distaccandoli dalla sua biografia e dalle lotte politiche
che la segnarono. Ma esso trascende la sua vita e, quanto più trascorre
il tempo, e le sue opere si diffondono in contesti storico culturali lontani
da quello in cui furono originariamente concepite, tanto più la
sua ricerca si afferma come un «crocevia» delle maggiori «quistioni»
del Novecento: i dilemmi della modernità, la soggettività
dei popoli, le prospettive dell'industrialismo, la crisi dello Stato-nazione,
le vie nuove e difficili della democrazia, il fondamento morale della
politica. Così essa concorre a definire un «programma scientifico»
anticipatore, vitale per la riflessione e l'impegno di noi uomini e donne
del ventunesimo secolo.
Classico è un autore dopo il quale noi non possiamo pensare
senza fare riferimento anche alla sua opera. Attuale è un pensatore
nella riflessione del quale sono indagati problemi che interrogano il
nostro tempo, la nostra sensibilità, la nostra vita intellettuale,
politica e morale. In questo senso Gramsci è a pieno titolo un
classico del Novecento. Egli ha esplorato le vie concettuali e concrete
attraverso le quali la politica democratica può essere costruita:
la concezione della politica come egemonia, contrapposta alla
politica come forza; la distinzione della politica dallo Stato
per superare l'antitesi moderna fra politica e morale; il mutamento delle
condizioni storiche che fossilizzano i rapporti fra dirigenti e diretti
sicché la politica democratica possa affermarsi come volontà
collettiva, processo attivo della coscienza e della volontà
dei popoli che, per conquistare la libertà, si organizzano e si
uniscono. Una possibilità che, per la prima volta nella storia,
è data al nostro tempo e definisce la speranza e il fine razionale
concreto delle donne e degli uomini di oggi. Perciò abbiamo dedicato
questa mostra al tema Gramsci e il Novecento
volendo evocare, col linguaggio dei simboli, il messaggio intellettuale
del grande pensatore sardo.
PER INFORMAZIONI info@fondazionegramsci.org


1.
La Sardegna (1891-1913)
«Mio padre è di origine albanese recente (la famiglia scappò
dall’Epiro dopo o durante le guerre del 1821 e si italianizzò
rapidamente); mia nonna era una Gonzalez e discendeva da qualche famiglia
italo-spagnola dell’Italia meridionale (come ne
rimasero tante dopo la cessazione del dominio spagnolo); mia madre è
sarda per il padre e per la madre e la Sardegna fu unita al
Piemonte solo nel 1847 dopo essere stata un feudo personale e un patrimonio
dei principi piemontesi [...]. Tuttavia la mia cultura è
italiana fondamentalmente» (Lettera a Tatiana Schucht, 12 ottobre
1931).
«La crisi in cui furono spietatamente gettate l’Italia meridionale
e le isole con la guerra di tariffe franco-italiana è stata spaventosa
[…]. L’isola di Sardegna fu letteralmente rasa al suolo come
per una invasione barbarica; caddero le foreste - che ne regolavano il
clima e la media delle precipitazioni atmosferiche [...] e piovvero invece
gli spogliatori di cadaveri che corruppero i costumi politici
e la vita morale» (Uomini, idee, giornali e quattrini, «Avanti!»
piemontese, 23 ottobre 1918).
«Che cosa mi ha salvato dal diventare completamente un cencio inamidato?
L’istinto della ribellione, ché da bambino ero contro i
ricchi, perché non potevo studiare, io che avevo preso dieci in
tutte le materie nelle scuole elementari, mentre andavano il figlio del
macellaio, del farmacista, del negoziante di tessuti. Esso si allargò
per tutti i ricchi che opprimevano i contadini sardi ed io pensavo
allora che bisognava lottare per l’indipendenza nazionale della
regione: "Al mare i continentali". Poi ho conosciuto la classe
operaia di una città industriale e ho capito ciò che realmente
significavano le cose di Marx che avevo letto prima per curiosità
intellettuale» (Lettera a Giulia Schucht, 6 marzo 1924).
«Ero invece un intrepido pioniere e non uscivo di casa senza avere
in tasca dei chicchi di grano e dei fiammiferi avvolti in
pezzettini di tela cerata, per il caso che potessi essere sbattuto in
un'isola deserta e abbandonato ai miei soli mezzi. Ero poi un
costruttore ardito di barche e di carretti» (Lettera a Giulia Schucht,
I luglio 1929);
«Ho incominciato a lavorare da quando avevo 11 anni, guadagnando
ben 9 lire al mese [...] 10 ore al giorno compresa la mattina
della domenica e me la passavo a smuovere registri che pesavano più
di me e molte notti piangevo di nascosto perché mi doleva
tutto il corpo (Lettera a Tatiana Schucht, 3 ottobre 1932).
«Vorrei riuscire a comprendere se Ghilarza [...] ha la tendenza
a diventare una città; se c'è maggiore commercio, qualche
industria,
se una parte della popolazione dalle tradizionali occupazioni rurali è
passata ad occupazioni di altro genere, se c'è uno sviluppo
edilizio» (Lettera alla madre, 23 settembre 1929).

2.
Torino (1913-1921)
L'epoca
delle masse
«C'è un fatto, che bene o male che sia, è il più
importante nella vita pubblica europea dell'ora presente. Questo fatto
è l'avvento
delle masse al pieno potere sociale». Così scriveva nel 1930
José Ortega y Gasset nella Ribellione delle masse. Questo fatto
largamente presente nella coscienza europea dell'epoca, da Max Weber a
Karl Mannheim, è centrale nell'analisi gramsciana della
«crisi organica» dello stato liberale e nella riflessione
sui nuovi rapporti tra stato, economia e organizzazione politica delle
masse .
«Questa discussione è la discussione della "filosofia
dell'epoca", del motivo centrale della vita degli stati nel periodo
del
dopoguerra».
«Il contenuto è la crisi di egemonia della classe dirigente,
che avviene o perché la classe dirigente ha fallito in qualche
sua grande
impresa politica per cui ha domandato o imposto con la forza il consenso
delle grandi masse (come la guerra) o perché vaste masse
(specialmente di contadini e di piccoli borghesi intellettuali) sono passati
di colpo dalla passività politica a una certa attività e
pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono
una rivoluzione. Si parla di "crisi di autorità" e ciò
appunto è la crisi di egemonia, o crisi dello Stato nel suo complesso»
(Q.13, § 23).
Guerra e rivoluzione
Ci sono fatti che, tuttavia, scuotono le coscienze e costringono a venir
fuori dai vecchi schemi, a rompere il tempo della «continuità
meccanica ed esteriore». Per Gramsci la prima guerra mondiale è
sicuramente uno di questi: essa è rottura radicale di un'intera
epoca storica. Con la guerra «tutta una serie di quistioni che molecolarmente
si accumulavano prima del 1914, hanno fatto
"mucchio" modificando la struttura generale del processo precedente:
basta pensare all'importanza che ha assunto il "fenomeno
sindacale", termine generale in cui si assommano diversi problemi
e processi di sviluppo di diversa importanza e significato
(parlamentarismo, organizzazione industriale, democrazia e liberalismo,
ecc.) ma che obiettivamente riflette il fatto che una nuova
forza sociale è costruita, ha un peso non più trascurabile,
ecc.» (Q.15, § 59).
«Ciò che non aveva determinato l'industrialismo, col suo
normale processo di sviluppo, è stato prodotto dalla guerra. La
guerra ha
costretto le nazioni più arretrate capitalisticamente, e quindi
meno dotate di mezzi meccanici, ad arruolare tutti gli uomini
disponibili, per opporre masse profonde di carne viva agli strumenti bellici
degli imperi centrali [...]. Legami di solidarietà si sono
annodati che altrimenti solo decine e decine d'anni d'esperienza storica
e di lotte intermittenti avrebbero suscitati» (Operai e
contadini, «L'Ordine nuovo», 2 agosto 1919).
Taylorismo e fordismo
All'inizio del 1914 Henry Ford dà alla stampa un annuncio clamoroso:
sta per essere avviata «la più grande rivoluzione dei
compensi operai mai vista nel mondo industriale». La base della
rivoluzione fordista è il taylorismo. L' «organizzazione
scientifica
del lavoro» mira a costruire un processo lavorativo fondato sulla
suddivisione razionale dei movimenti necessari per compiere una
determinata operazione e sulla rilevazione sistematica dei tempi utili.
Il risultato è la standardizzazione del processo lavorativo,
liberato da ogni caratterizzazione individuale.
Gramsci interpreta quest'enorme processo di razionalizzazione e scomposizione
del soggetto in senso radicalmente rovesciato: «Che
una sempre più perfetta divisione del lavoro riduca oggettivamente
la posizione del lavoratore nella fabbrica a movimenti di
dettaglio sempre più "analitici", in modo che al singolo
sfugge la complessità dell'opera comune, e nella sua coscienza
stessa il
proprio contributo si deprezzi fino a sembrare facilmente sostituibile
in ogni istante; che nello stesso tempo il lavoro concertato e
ben ordinato dia una maggiore produttività "sociale"
e che l'insieme della maestranza della fabbrica debba concepirsi come
un
"lavoratore collettivo" sono i presupposti del movimento di
fabbrica che tende a fare diventare "soggettivo" ciò
che è dato
"oggettivamente". Cosa poi vuol dire in questo caso oggettivo?
Per il lavoratore singolo "oggettivo" è l'incontrarsi
delle esigenze
dello sviluppo tecnico con gli interessi della classe dominante. Ma questo
incontro, questa unità fra sviluppo tecnico e gli interessi
della classe dominante è solo una fase storica dello sviluppo industriale,
deve essere concepito come transitorio. Il nesso può
sciogliersi; l'esigenza tecnica può essere pensata concretamente
separata dagli interessi della classe dominante, non solo ma unita
con gli interessi della classe ancora subalterna. Che una tale "scissione"
e nuova sintesi sia storicamente matura è dimostrato
perentoriamente dal fatto stesso che un tale processo è compreso
dalla classe subalterna, che appunto perciò non è più
subalterna,
ossia mostra di tendere a uscire dalla sua condizione subordinata. Il
"lavoratore collettivo" comprende di essere tale e non solo
in
ogni singola fabbrica ma in sfere più ampie della divisione del
lavoro nazionale e internazionale e questa coscienza acquistata dà
una manifestazione esterna, politica, appunto negli organismi che rappresentano
la fabbrica come produttrice di oggetti reali e non
di profitto» (Q 9, § 67).

3.
Torino (1913-1921)
Gli operai di Torino
Dal 1912, e ancor più durante la guerra, l'arrivo in Italia del
fordismo, la produzione in serie, l'estensione di procedimenti di lavoro
tayloristici, hanno impresso alla Fiat connotati del tutto peculiari.
Gramsci individua nella città di Torino caratteri che ne fanno
la «fucina storica della rivoluzione comunista italiana».
«Torino
rappresenta in piccolo un vero e proprio organismo statale. Tutte le energie
vi sono rappresentate, tutte le forze antitetiche di uno
stato vi operano. È una città moderna nel senso più
schiettamente storico della parola. [...] La lotta di classe integrale,
cosciente
che caratterizza la storia attuale, in Torino è ormai perfettamente
individualizzata» (Preludio, «Avanti!», piemontese,
17 maggio
1916).
È il motivo centrale di «Americanismo e fordismo»:
la città moderna, industrializzata, presenta, dal punto di vista
strutturale, un
ambiente razionalizzato «naturalmente», in cui la lotta tra
le due classi fondamentali avviene senza la zavorra dei ceti parassitari
e
attardati.
«Un'analisi accurata della storia italiana prima del '22 e anche
prima del '26, che non si lasci allucinare dal carnevale esterno, ma
sappia cogliere i motivi profondi del movimento italiano, deve giungere
alla conclusione obbiettiva che proprio gli operai sono stati
i portatori delle nuove e più moderne esigenze industriali e a
modo loro le affermarono strenuamente; si può dire anche che
qualche industriale capì questo movimento e cercò di accaparrarselo
(così è da spiegare il tentativo fatto da Agnelli di assorbire
«L'Ordine Nuovo» e la sua scuola nel complesso Fiat, e di
istituire così una scuola di operai e di tecnici specializzati
per un
rivolgimento industriale e del lavoro con sistemi razionalizzati»
(Q.22, § 6).
Il Consiglio di fabbrica
«La storia della lotta di classe è entrata in una fase decisiva
dopo le esperienze concrete della Russia: la rivoluzione internazionale
ha acquistato forma e corpo da quando il proletariato russo ha inventato
(nel senso bergsoniano) lo stato dei Consigli»
(Maggioranza e minoranza nell'azione socialista, «L'Ordine nuovo»,
15 maggio 1919).
È con l'articolo Democrazia operaia, un vero e proprio «colpo
redazionale» ideato da Gramsci e Togliatti, che si apre nell'«Ordine
Nuovo» la discussione sul Consiglio di fabbrica:
«Come dominare le immense forze sociali che la guerra ha scatenato?
Come disciplinarle e dar loro una forma politica?»
Il Consiglio si fonda su di un'idea forte di organizzazione, come portato
di un'epoca storica caratterizzata dalla presenza, negli Stati
più avanzati, di una «struttura massiccia delle democrazie
moderne, sia come organizzazioni statali che come complesso di
associazioni nella vita civile», che «costituiscono come le
"trincee" e le fortificazioni permanenti del fronte nella guerra
di
posizione: essi rendono solo "parziale" l'elemento del movimento
che prima era "tutta" la guerra» (Q.13, §7).
E' proprio durante l'occupazione delle fabbriche, nel 1920, che Gramsci
introduce per la prima volta nei suoi scritti la metafora
dell'organizzazione militare come modello estendibile alla produzione
e allo stato. Alle maestranze della Fiat che si apprestano a
gestire la produzione per proprio conto, Gramsci ricorda il modo d'essere
e di funzionare delle gerarchie borghesi. Nei diversi
campi della vita sociale organizzata c'è sempre la piccola borghesia
che, monopolizzando la funzione dei "comandi subalterni",
media il rapporto tra le due classi fondamentali.
«In fondo ad ogni problema di produzione c'è il problema
politico, cioè quello dei rapporti sociali, del funzionamento organico
della
società. Per organizzare seriamente la produzione bisogna prima,
o meglio, contemporaneamente, organizzare in rapporto ad essa
tutta la società, che nella produzione ha la sua espressione più
generica e diretta. La produzione è l'anima della società,
il suo
simbolo più comprensivo e immediato» (Produzione e politica,
«L'Ordine nuovo», 24-31 gennaio 1920).

4. Torino (1913-1921)
Giornalismo
«integrale»
Dal 1915 fino all’arresto, Gramsci svolge una ininterrotta attività
giornalistica. L'occasionalità e la natura frammentaria della sua
produzione giornalistica non tolgono compattezza e omogeneità al
suo pensiero politico: gli scritti che precedono l’arresto sono
costituiti in gran parte da articoli giornalistici in cui è sempre
evidente l’impegno a mantenere vivo il nesso fra teoria e cronaca
politica. La reciprocità fra cultura e politica, che per Gramsci
rappresenta il metodo stesso dell’informazione giornalistica, è
applicata al rapporto fra il giornale e il suo pubblico. Educare le masse
per contribuire a formare una coscienza politica moderna è
l'obiettivo di fondo del cosiddetto giornalismo integrale. Un giornalismo
educativo che sappia «soddisfare i bisogni del lettore», ma
anche «creare e sviluppare questi bisogni», è la formula
proposta da Gramsci. Il giornalismo integrale è un programma di
educazione politica progressiva che sappia trasformare il «semplice
senso comune» delle grandi masse in contenuti politici
concreti. «Il Grido del popolo», l’«Avanti!»
piemontese, le tre serie de «L’Ordine nuovo» e «L’Unità»
del 1924-26 sono gli
strumenti del giornalismo integrale di Gramsci cui è affidata la
funzione di raccordo fra il partito e le masse.
«In dieci anni di giornalismo io ho scritto tante righe da poter
costituire 15 o 20 volumi di 400 pagine, ma erano scritti alla giornata
e dovevano, secondo me, morire dopo la giornata» (Lettera a Tatiana
Schucht, 7 settembre 1931).
«Io non sono mai stato un giornalista professionista [...]. Sono
stato un giornalista liberissimo, sempre di una sola
opinione».(Lettera a Tatiana Schucht, 12 ottobre 1931).
«[Giornalismo integrale]. Il tipo di giornalismo che si considera
in queste note è quello che si potrebbe chiamare “integrale”
[...],
cioè quello che non solo intende soddisfare tutti i bisogni (di
una certa categoria) del suo pubblico, ma intende di creare e
sviluppare questi bisogni e quindi di suscitare, in un certo senso, il
suo pubblico e di estenderne progressivamente l’area» (Q.
24, §
1). Qualunque iniziativa editoriale deve apparire come «l'interpretazione
di un bisogno sentito e diffuso, mai come la fredda
applicazione di uno schema intellettuale» (Lettera a Palmiro Togliatti,
Vienna, 27 marzo 1924).
L'isolamento e la frantumazione sono un potenziale elemento di debolezza
della classe operaia: mobilitare le grandi masse operaie
attraverso la stampa significa esercitare una efficace azione di raccordo
e di sensibilizzazione. «I giornali nostri pubblicheranno gli
operai leggeranno e sapranno» (Lettera a Umberto Terracini, Vienna,
19 aprile 1924).
Livorno 1921
Nel 1920 la situazione italiana pone il problema di rifondare la rappresentanza
politica e di elaborare un nuovo modello di
direzione delle masse per l’attuazione del processo rivoluzionario:
«Sono note le debolezze fondamentali del movimento rivoluzionario
italiano tradizionale [...] è sempre mancato in Italia un gruppo
forte ed omogeneo di dirigenti rivoluzionari che avesse uno stretto contatto
col nucleo proletario fondamentale del partito socialista.
In tale situazione, era impossibile ogni decisione rapida che permettesse
di trarre tutte le conseguenze dalle congiunture favorevoli
alla iniziativa rivoluzionaria. [...] Nel dopoguerra, tutte le debolezze
che erano insite nell vecchia struttura del movimento socialista
italiano si rilevarono violentemente. Innanzi ai problemi che allora si
ponevano, il programma di conservare la unità del Partito fino
alla rivoluzione così come era stata conservata attraverso l’incendio
della guerra mondiale diventava un’illusione funesta» (Il
Compagno G.M. Serrati e le generazioni del socialismo italiano, «L’Unità»,
14 maggio 1926)
Il modello di riferimento è quello elaborato e realizzato dal partito
bolscevico, tradotto però e adattato alla situazione italiana:
«Il partito deve acquistare una sua figura precisa e distinta: da
partito parlamentare piccolo-borghese deve diventare il partito del
proletariato rivoluzionario che lotta per l’avvenire della società
comunista (Per un rinnovamento del partito socialista, «L'Ordine
nuovo» 8 maggio 1920).
«Il partito comunista è lo strumento e la forma storica del
processo di intima liberazione per cui l’operaio da esecutore diviene
iniziatore, da massa diviene capo e guida, da braccio diviene
cervello e volontà» (Il partito comunista, «L’Ordine
nuovo», 4 settembre 1920).
Tre anni dopo
«[…] ma noi, per una serie di ragioni, non muovemmo, per la
nostra azione, da ciò che succedeva in Italia, dai fatti italiani
che
davano ragione al Secondo Congresso [...] Noi però ci limitammo
a battere sulle quistioni formali, di pura logica, di pura coerenza,
e fummo sconfitti perché la maggioranza del proletariato organizzato
politicamente ci diede torto, non venne con noi [...] Fummo
travolti dagli avvenimenti, fummo, senza volerlo un aspetto della dissoluzione
generale della società italiana, diventata un
crogiuolo incandescente dove tutte le tradizioni, tutte le formazioni
storiche, tutte le idee prevalenti si fondevano qualche volta
senza residuo: avevamo una consolazione alla quale rimanere tenacemente
attaccati: che nessuno si salvava, che noi potevano
affermare di avere previsto matematicamente il cataclisma, quando gli
altri si cullavano nella più beota e idiota delle illusioni»
(Contro il pessismismo, «L’Ordine nuovo», 15 marzo 1924).

5.
Mosca (1922-1923)
«Ora
vediamo e sentiamo che non siamo così vicini al fine, della conquista
del potere, della rivoluzione mondiale. Noi avevamo
creduto, nel 1919, che non fosse questione che di mesi, ora diciamo che
è forse questione di anni» (L. Trockij, Rapporto sulla
situazione economica mondiale e sui nuovi compiti al III Congresso dell’Ic).
«Il fronte unico è imposto da tutto un periodo storico, [...]
essa è la tattica che contrassegnerà un periodo, forse un’epoca
intera»
(Rapporto di Zinov’ev al IV Congresso dell’Ic).
Oriente e Occidente
Le differenze tra Oriente e Occidente non sono geopolitiche ma morfologiche:
«in primo luogo perché la concezione politica dei
comunisti russi si è formata su un terreno internazionale e non
su quello nazionale, in secondo luogo perché nell’Europa
centrale ed
occidentale lo sviluppo del capitalismo ha determinato non solo la formazione
di larghi strati proletari ma anche e perciò ha creato
uno strato superiore, l’aristocrazia operaia con i suoi annessi
di burocrazia sindacale e di gruppi socialdemocratici» (Lettera
ai
compagni, 9 febbraio 1924).
Tra l'«esperimento russo» e le modalità della rivoluzione
proletaria nell'Europa occidentale: «la determinazione, che in Russia
era
diretta e lanciava le masse nelle strade all'assalto rivoluzionario, nell'Europa
centrale ed occidentale si complica per tutte queste
superstrutture politiche, create dal più grande sviluppo del capitalismo,
rende più lenta e più prudente l'azione della massa e
domanda quindi al partito rivoluzionario tutta una strategia e una tattica
ben più complessa e di lunga lena di quelle che furono
necessarie ai bolscevichi nel periodo tra il marzo e il novembre 1917»
(Lettera ai compagni, 9 febbraio 1924).
Nella situazione di crisi del movimento operaio internazionale la prospettiva
della rivoluzione proletaria appare ancora valida
universalmente nei suoi principii leniniani, ma la possibilità
di attuarla in Occidente è strettamente legata allo spostamento
del
processo di formazione dei partiti comunisti dal terreno internazionale
a quello nazionale:
«Finora non si è riusciti ad ottenere che esistano dei partiti
che sappiano fare una politica autonoma, creatrice, che autonomamente
sia centralizzata, in quanto rispondente ai piani generali di azione sbozzati
dai congressi [...]. In ogni modo, io mi rafforzo sempre
più in questa convinzione: che bisogna lavorare noi, nel nostro
paese, per costruire un partito forte, politicamente e
organizzativamente ben attrezzato e resistente, con un bagaglio di idee
generali ben chiare e ben ferme nelle coscienze individuali,
in modo che sia impossibile la disgregazione a ogni urto di tali quistioni
che sorgeranno ogni giorno più numerose e pericolose, con
lo svilupparsi della situazione e con il rafforzarsi del movimento rivoluzionario»
(Lettera a Umberto Terracini, 27 marzo 1924).
Giulia Schucht
Nell'agosto del 1922 nella casa di cura «Serebrjanyj bor»
dove era stato ricoverato, Gramsci conosce Julija («Giulia»)
Schucht che
diventerà sua moglie e con la quale avrà due figli, Delio
e Giuliano.
«L'ho attesa tre giorni. Non mi sono mosso dalla stanza, per timore
che potesse avvenire come l'altra volta. L'aspettavo perché mi
sentivo e mi sento ancora un po' stanco e demoralizzato nell'attesa snervante
della partenza e sarei stato (e sarei) tanto contento di
rivederla ancora una volta. Non è stata a Mosca, vero? Sarebbe
certamente venuta da me un momentino almeno. Volevo scriverle
subito, poi ho aspettato che lei mi facesse sapere qualcosa. Verrà
presto? Potrò ancora vederla? Ricordo bene, ricordando che lei
prenderà il congedo per il mese di settembre? Io attendo... forse
starò ancora a Mosca una settimana, forse quindici giorni, forse
un
mese, forse potremo ancora parlare insieme qualche ora e anche fare insieme
qualche lunga passeggiata. Mi scriva. Tutte le sue
parole mi fanno un gran bene e mi fanno essere più forte (vede?
sono meno forte di quanto io credessi e avessi fatto credere agli
altri)» (Lettera a Giulia, agosto 1922)
«Le voglio bene e ho la certezza che lei mi vuol bene. Sono, è
vero, da molti anni abituato a pensare che esista una impossibilità
assoluta, quasi fatale, a che io possa essere amato» (Lettera a
Giulia Schucht [Mosca 1923]).
«Il 24 febbraio hai scritto un accenno alla tua maternità.
Esso mi aveva riempito di gioia. Io desideravo ardentemente che tu fossi
madre[…]. Il tuo amore mi ha rafforzato, ha veramente fatto di me
un uomo, o per lo meno, mi ha fatto capire cosa sia un uomo e
l'avere una personalità» (Lettera a Giulia Schucht, 29 marzo
1924).
«Siamo stati troppo poco insieme, e quel poco ancora l'abbiamo rubato
al caso [...]. In fondo non abbiamo avuto il tempo di sentirci
marito e moglie: siamo stati solo degli amanti in luna di miele»
(Lettera a Giulia Schucht, 16 aprile 1924).
«L'Ordine nuovo» quotidiano inaugura una importante stagione
del partito nato a Livorno: il primo quotidiano comunista, fondato
da Gramsci, si pubblica a Torino dal 1º gennaio del '21 al 30 ottobre
del '22, ma altri 26 numeri clandestini usciranno, dopo la
marcia su Roma, fino alla fine dell'anno. Vi troviamo già chiaramente
delineati e sviluppati i temi di fondo della produzione
editoriale comunista: la funzione di orientamento e di educazione politica
delle masse, l'analisi dei problemi concreti della classe
operaia italiana e internazionale, il commento politico sui grandi temi
della società italiana, la popolarizzazione delle parole
d'ordine del partito.

6.
Vienna 1923-1924
«Tu
devi avvicinarti all’Italia. Hai bisogno di vedere molto di frequente
dei compagni che abbiano vissuta e vivano continuamente
a contatto con la nostra realtà. Hai bisogno di essere informato
di tutto meglio di quanto non si possa fare ora. E anche noi abbiamo
bisogno che la tua guida si faccia nuovamente sentire in modo ampio»
(Lettera di Palmiro Togliatti ad Antonio Gramsci, 1° maggio
1923).
Ricostruire il partito
L’iniziativa di Gramsci a Vienna è tutta volta alla definizione
dell'azione politica del partito nella situazione italiana: «Amadeo
si
pone dal punto di vista di una minoranza internazionale, noi dobbiamo
porci dal punto di vista di una maggioranza nazionale. [...] Il
lavoro dovrà essere rinnovato nei due campi organizzativo e politico»
(Lettera ai compagni, 9 febbraio 1924).
È il tentativo difficile di tradurre sul terreno nazionale le teorie
sull’organizzazione del modello bolscevico, superando la
separazione tra dirigenti e diretti e l’irrigidimento dello stato
e dei partiti nei confronti dei grandi movimenti di massa: «L’errore
è
stato creare un apparecchio di funzionari ortodossi ad una concezione
ufficiale [...] non si è concepito il partito come risultato di
un
processo dialettico in cui convergono il movimento spontaneo delle masse
rivoluzionarie e la volontà organizzativa e direttiva del
centro (Lettera ai compagni, 9 febbraio 1924).
C’è la necessità che il partito torni a operare nel
campo dell’azione politica concreta : «Esiste solo l’attività
concreta il lavoro
ininterrotto, la continua adesione alla realtà storica in sviluppo
che danno agli individui e ai partiti una posizione di preminenza, un
ufficio di guida e di avanguardia: se il nostro partito non trovasse anche
per oggi soluzioni autonome, proprie, dei problemi generali
italiani, le masse che sono la sua base naturale si sposterebbero nel
loro complesso verso le correnti politiche che di tali problemi
diano una qualsiasi soluzione che non sia quella fascista» (Problemi
di oggi e di domani, L’Ordine Nuovo, 1-15 aprile 1924).
Scrivendo a Togliatti da Vienna il 27 marzo 1924, Gramsci delinea il carattere
e la funzione che dovrà avere la terza serie
dell'«Ordine nuovo»: la presentazione esteriore degli articoli
deve corrispondere al carattere di programma immediato, dove
ritrovare al tempo stesso un'analisi politica e una rassegna documentata
sui problemi politici più attuali e sulla realtà della fabbrica.
All'inizio del '24 comincia una nuova fase per la stampa comunista: nella
Relazione sommaria sulla stampa del partito, che
Togliatti invia al Comintern, si dà notizia delle trattative in
corso a Roma per la pubblicazione quindicinale della terza serie
dell'«Ordine nuovo», che il compagno Masci (Gramsci) dirigerà
da Vienna, utilizzando l'ufficio stampa del partito «per l'invio
e il
raccoglimento dei materiali e per la parte tecnica». Si prospetta
inoltre l'imminente uscita del settimanale napoletano «Il Soviet»,
«controllato dalla centrale», di cui uscirà solo il
numero del 27 gennaio. Vengono presentati i progetti editoriali, in realtà
mai
realizzati, per un nuovo settimanale sindacale, previsto a Milano col
titolo «Il Sindacato operaio» - che nelle intenzioni avrebbe
dovuto sostituire «Il Sindacato rosso» - per un organo delle
organizzazioni sindacali torinesi, per un settimanale politico a Roma
e
infine per un settimanale sportivo che sarebbe dovuto uscire a Milano.
L'obiettivo della ricostituzione di una rete di giornali del
partito è comunque destinato ad avere esiti interessanti: «Il
Seme», quindicinale dei contadini, vedrà la luce il 15 settembre
1924 e
continuerà ad uscire irregolarmente sotto la direzione di Ruggero
Grieco prima e di Felice Platone poi, fino al 30 giugno 1925. Tra
i progetti mai realizzati è la rivista trimestrale «Critica
proletaria», che Gramsci propone da Vienna, scrivendo a Terracini,
nel
gennaio del '24: il nuovo periodico di orientamento teorico avrebbe dovuto
trattare specificamente i problemi italiani, contando su
250-300 pagine a numero.
7.
Roma 1924-1926
«Così
il fascismo ha vinto, e il governo Mussolini è uscito dalle urne
rafforzato all’interno e all’estero [...]. Le conseguenze
saranno molteplici. La nuova camera cercherà di assumere il carattere
di costituente fascista, di creare una legalità fascista di
abrogare lo statuto e le libertà democratiche, già si annunciano
dei provvedimenti rigorosi contro la stampa di opposizione» («La
Correspondance internationale», 17 aprile 1924).
Il Fascismo
«Il fatto caratteristico del fascismo consiste nell'essere riuscito
a costituire un'organizzazione di massa della piccola borghesia. È
la
prima volta nella storia che ciò si verifica. L'originalità
del fascismo consiste nell'aver trovato la forma adeguata di organizzazione
per una classe sociale che è sempre stata incapace di avere una
compagine e una ideologia unitaria: questa forma di organizzazione
è l'esercito in campo» (La crisi italiana, «L'Ordine
nuovo», 1° settembre 1924).
«La crisi generale italiana è crisi delle classi medie, è
crisi del principio di autorità nei comandi sociali subalterni,
che appunto
costituiscono il massimo della struttura borghese dello stato» (Reazione,
«L'Ordine Nuovo», 23 aprile 1921).
Di qui il tentativo di tracciare uno schema descrittivo che, seppur con
variazioni, ritorna in tutta la sua opera successiva: «Lo stato
borghese costruisce l'esercito su tre strati sociali: la borghesia, la
piccola borghesia, il popolo lavoratore. Il popolo dà la massa
militare, la grande borghesia proprietaria e l'aristocrazia danno l'ufficialità
superiore, la piccola borghesia dà i comandi subalterni.
Si verifica nell'esercito capitalista la stessa organizzazione della fabbrica
capitalista, dove la classe proprietaria o assimilata per
interessi finanziari ha la funzione di comando dispotico, il proprietario
è la passiva massa di manovra, la piccola borghesia ha la
funzione dei comandi subalterni» (Domenica rossa, «Avanti!»
ediz. piemontese, 5 settembre 1920).
Questo ragionamento anticipa le riflessioni future sullo stato. «Nei
paesi a capitalismo avanzato la classe dominante possiede delle
riserve politiche ed organizzative che non possedeva in Russia. Ciò
significa che anche le crisi economiche gravissime non hanno
immediate ripercussioni nel campo politico. La politica è sempre
in ritardo e in grande ritardo sull'economia. L'apparato statale è
molto più resistente di quanto non si può credere e riesce
ad organizzare nei momenti di crisi forze fedeli al regime più
di quanto la
profondità della crisi potrebbe lasciar supporre» (Rapporto
al Comitato Esecutivo del Pcd’I, agosto 1926).
Il delitto Matteotti
«La crisi del dopoguerra aveva avuto in Italia ripercussioni più
profonde e più vaste che in altri paesi capitalistici, a causa
della
debolezza medesima dello stato borghese italiano.
La classe operaia si era trovata di fronte al problema del potere senza
essere preparata. Subì la reazione fascista, la quale in Italia
ha assunto anche forma caratteristiche di brigantaggio dati i rapporti
di forza sociali e la formazione storica di questi rapporti. Il
fascismo, a parte dunque le sue manifestazioni nazionali ha origine dalla
crisi di potere della classe borghese» (Alla base della
crisi liberale, «L’Unità», 3 ottobre 1924).
Il delitto Matteotti si inserisce in questa analisi dei rapporti di forza:
«Il delitto Matteotti è la sintesi dei rapporti di forza
createsi
nella società italiana dopo la disfatta della classe operaia e
il trionfo del fascismo. La classe operaia ha perduto in questi anni ogni
libertà di riunione, di organizzazione, di lotta [...]. Rovesciati
così i rapporti di forza tra classe padronale e classe operaia,
perduta
ogni possibilità di far sentire il suo peso nella direzione dello
stato e riacquistata invece l’altra tutto il suo potere, era inevitabile
che l’offensiva fascista percorresse tutta la gamma dei delitti,
fino a quello recente di Matteotti. Questo rovesciamento dei rapporti
di forza fra le varie classi della società italiana è necessario
tenere presente sia per intendere il delitto Matteotti, sia per impedire
che esso abbia a finire come una qualsiasi pratica giudiziaria»
(Una bara pesante, «L’Unità», 19 agosto 1924).
La crisi successiva al delitto Matteotti è una crisi di rapporti
nella classe dirigente: la tendenza del fascismo è divenire forza
di
unificazione della borghesia italiana e quella delle opposizioni democratiche
scendere a compromesso con questo: «Avverrà dunque
uno scontro armato? Una lotta in grande stile sarà evitata sia
dalle opposizioni sia dal fascismo. Avverrà il fenomeno inverso
che
nell’ottobre 1922: allora la marcia su Roma fu la parata coreografica
d’un processo molecolare per cui le forze reali dello stato
borghese (esercito, magistratura, polizia, giornali, Vaticano, massoneria)
erano passate dalla parte del fascismo. Se il fascismo
volesse resistere, esso sarebbe distrutto in una lunga guerra civile alla
quale non potrebbero non prendere parte il proletariato e i
contadini. Opposizioni e fascismo non desiderano e eviteranno sistematicamente
che una lotta a fondo s’impegni. Il fascismo
tenderà invece a conservare una base di organizzazione armata da
far rientrare in campo appena si profili una nuova ondata
rivoluzionaria, ciò che è ben lungi dal dispiacere agli
Amendola, agli Albertini e anche ai Treves e ai Turati» (Relazione
al
Comitato centrale, 13-14 agosto 1924).
La proposta comunista è la promozione di una nuova organizzazione
della masse popolari italiane che non convergano e non si
identifichino con il partito comunista. La proposta della formazione di
«comitati operai e contadini» per portare le grandi masse
ad
esprimersi in forma organica e a trovare in questa nuova forma «i
germi del nuovo ordine che vogliamo creare», concretizza
l’ipotesi di una politica di massa che prepari il superamento della
democrazia liberale e la successione al fascismo.

8.
Roma
1924-1926
Lo
scontro con Stalin
«Voi oggi state distruggendo l'opera vostra, voi degradate e correte
il rischio di annullare la funzione dirigente che il partito
comunista dell'Urss aveva conquistato per l'impulso di Lenin; ci pare
che la passione violenta delle questioni russe vi faccia perdere
di vista gli aspetti internazionali delle quistioni russe stesse, vi faccia
dimenticare che i vostri doveri di militanti russi possono e
debbono essere adempiuti solo nel quadro degli interessi del proletariato
internazionale» (Lettera dell'Ufficio politico del Pcd'I al
Comitato centrale del Pcus).
La lettera scritta alla metà di ottobre a nome dell'Ufficio politico
del Pcd'I e riservata al Comitato centrale del partito russo,
sintetizza la concezione gramsciana del rapporto tra il partito bolscevico
e gli altri partiti comunisti e l’analisi della fase storica in
Oriente e in Occidente. Il riconoscimento della posizione «speciale»
del partito russo nell'Internazionale è subordinato alla capacità
di coordinare le prospettive del socialismo in Urss con gli sviluppi della
rivoluzione nell'Europa occidentale: «Le masse lavoratrici
in generale, le stesse masse dei nostri partiti [...] accettano volentieri
e come un fatto storicamente necessario che il partito
comunista dell'Urss sia il partito dirigente dell'Internazionale»
soltanto perché vedono «nella repubblica dei Soviet e nel
partito che
vi è al governo una sola unità di combattimento che lavora
nella prospettiva generale del socialismo»: la «scissione
nel gruppo
centrale leninista che [era] stato il nucleo dirigente del partito e dell'Internazionale»,
vanificava il lavoro di «stabilizzazione
leninista» e di conseguenza la costruzione di «veri partiti
bolscevichi» veniva interrotta.
Nonostante la ripresa del controllo capitalistico sulle forze produttive
e sul mercato mondiale Gramsci ritiene ancora attuale la
rivoluzione. «Le grandi masse lavoratrici, politicamente stratificate
in modo contraddittorio, [sono] nel loro complesso tendenti
all'unità» «uno degli elementi più energici
di questo processo unitario è l'esistenza dell'Urss legata all'attività
reale del Pc dell'Urss e
alla persuasione diffusa che nell'Urss si cammina nella via del socialismo».
A questa «attività» e a questa «persuasione»
viene
legato il futuro dei partiti comunisti. Non è più la «situazione
immediatamente rivoluzionaria» nella quale erano stati creati a
giustificarne l'azione politica, bensì la loro capacità,
in condizioni di ripresa capitalistica, di dare continuità al processo
rivoluzionario. Il «valore dell'unità», che viene opposto
alla maggioranza del partito russo, deriva da una concezione del partito
appresa dal leninismo, ma quel concetto di partito è ormai superato
dalla evoluzione storica e politica del movimento comunista
internazionale e del partito russo.
«La quistione meridionale»
Il 12 settembre 1923 Gramsci scrive da Mosca ai compagni del comitato
esecutivo del Pcd’I: il Comintern ha deciso che in Italia
nasca un giornale operaio, comunista, cui collaboreranno anche i terzinternazionalisti
espulsi dal partito socialista. «Io propongo
come titolo "L'Unità" puro e semplice che avrà
un significato per gli operai e avrà un significato più
generale, perché credo che dopo
la decisione dell'esecutivo allargato sul governo operaio e contadino,
noi dobbiamo dare importanza specialmente alla questione
meridionale, cioè alla questione in cui il problema dei rapporti
tra operai e contadini si pone non solo come un problema di
rapporto di classe, ma anche e specialmente come uno degli aspetti della
questione nazionale».
Nella lettera per la fondazione de «L’Unità»
viene espressa, per la prima volta e in modo semplice e sintetico, la
linea politica che
il partito comunista e «L’Unità», il suo quotidiano
politico legale, seguiranno fino al ’26, fino all’arresto
di Gramsci a Roma.
Il problema meridionale è un problema nazionale che investe direttamente
la struttura dello stato italiano, le sue contraddizioni, il
suo sviluppo squilibrato. L’unità degli operai del Nord e
dei contadini del Sud è il nodo strategico per risolvere la crisi
italiana.
«Il proletariato può diventare classe dirigente e dominante
nella misura in cui riesce a creare un sistema di alleanze di classe che
gli permetta di mobilitare contro il capitalismo e lo stato borghese la
maggioranza della popolazione lavoratrice, ciò che significa,
in Italia, nei reali rapporti di classe esistenti in Italia, nella misura
in cui riesce a ottenere il consenso delle larghe masse
contadine».
«Il Mezzogiorno può essere definito una grande disgregazione
sociale; i contadini che costituiscono la grande maggioranza della
sua popolazione, non hanno nessuna coesione tra loro [...]. La società
meridionale è un grande blocco agrario costituito di tre strati
sociali: la grande massa contadina amorfa e disgregata, gli intellettuali
della piccola e media borghesia rurale, i grandi proprietari
terrieri e i grandi intellettuali. I contadini meridionali sono in perpetuo
fermento, ma come massa essi sono incapaci di dare una
espressione centralizzata alle loro aspirazioni e ai loro bisogni. Lo
strato medio degli intellettuali riceve dalla base contadina le
impulsioni per la sua attività politica e ideologica. I grandi
proprietari nel campo politico e i grandi intellettuali nel campo
ideologico centralizzano e dominano, in ultima analisi, tutto questo complesso
di manifestazioni. Come è naturale, è nel campo
ideologico che la centralizzazione si verifica con maggiore efficacia
e precisione. Giustino Fortunato e Benedetto Croce
rappresentano perciò le chiavi di volta del sistema meridionale,
e in un certo senso, sono le due più grandi figure della reazione
italiana» (Alcuni temi della quistione meridionale, 1926).

9.
Turi
Il
carcere
«È un fatto che si chiama politica [...]. Tu sai come si
fa con i bambini che fanno la pipì nel letto, è vero? Si
minaccia di bruciarli
con la stoppa accesa in cima al forcone. Ebbene: immagina che in Italia
ci sia un bambino molto grosso che minaccia
continuamente di fare la pipì nel letto di questa grande genitrice
di biade e di eroi; io e qualche altro siamo la stoffa (o il cencio)
accesa che si mostra per minacciare l’impertinente e impedirgli
di insudiciare le candide lenzuola» (Lettera alla madre, 25 aprile
1927).
«Bisogna proprio che ti abitui al pensiero che sarò condannato
e che necessariamente dovrò passare in carcere un certo numero
di
anni, che spero brevi, ma che sarà inevitabile» (Lettera
alla madre, 26 marzo 1928).
Due persone lo assisteranno durante tutto il periodo della detenzione
Tatiana Schucht «Ho conosciuto tua sorella Tatiana. Ieri siamo stati
insieme dalle quattro del pomeriggio fin quasi a mezzanotte: abbiamo parlato
di
tante cose, di politica, della sua vita qui a Roma [...] Credo che si
sia già diventati molto amici tra noi. Sono stato molto contento
di
conoscerla. Perché rassomiglia molto specialmente a te; perché
politicamente è molto più vicina a noi di quanto mi avessero
fatto
credere» (Lettera a Giulia Schucht, 2 febbraio 1925).
«Sai, tua sorella Tatiana mi anticipa un po' la tua presenza: ti
somiglia molto in certi tratti e in certe mosse: la musica della sua
voce e un'eco della tua voce [...] vado a trovarla spesso» (Lettera
a Giulia Schucht, 7 febbraio 1925).
«Cara mamma, [...] anch’io non vedo l’ora di poter venire
e ciò avverrà molto presto. Finora i compagni mi hanno sempre
chiesto di
fare tutto quanto è possibile per il compagno Gramsci, per migliorare
la sua condizione e perché sia mantenuto un costante contatto
[...] poiché -come sapete - sono la sola ad avere degli incontri
con lui [...]. Per il momento egli ha proprio bisogno dei miei
interventi e della mia presenza, altrimenti sarebbe completamente isolato
da tutto il mondo. Perciò, oltre al mio rapporto con lui, i
compagni hanno richiesto la mia partecipazione per aiutarlo» (Lettera
di Tatiana Schucht ai familiari, 30 agosto 1928).
Piero Sraffa «È un elemento che ha lavorato a Torino indirettamente,
che ha dato all’«Ordine Nuovo» molto materiale su quistioni
riservate,
attingendo al dossier di suo padre, pezzo grosso della massoneria e della
Banca Commerciale e non è conosciuto per le sue opinioni
comuniste che da un piccolo cerchio di conoscenti» ([Egidio Gennari],
29 marzo 1923]).
«Non ha mai lavorato in mezzo agli operai, ma è certamente
un marxista, e sarà necessario solo manternersi in contatto nuovamente
per raddrizzarlo e farne un elemento attivo del nostro partito, al quale
potrà rendere molti utili servizi oggi e in avvenire» (Lettera
ai compagni, 21 marzo 1924).
«L’amico Sraffa mi ha scritto che ha aperto per me un conto
corrente illimitato presso una libreria di Milano, alla quale potrò
richiedere giornali, riviste e libri; mi ha offerto inoltre tutti gli
aiuti che voglio» (Lettera a Tatiana Schucht, 19 dicembre 1926).
«L’ “altro” carcere»
«Io sono sottoposto a vari regimi carcerari: c'è il regime
carcerario costituito dalle quattro mura, dalla grata, dalla bocca di
lupo,
ecc. ecc.; - era già stato da me preventivato e come probabilità
subordinata, perché la probabilità primaria dal 1921 al
novembre
1926, non era il carcere, ma il perdere la vita. Quello che da me non
era stato preventivato era l'altro carcere, che si è aggiunto al
primo ed è costituito dall'essere tagliato fuori non solo dalla
vita sociale ma anche dalla vita familiare ecc. ecc. [...]. Potevo
preventivare i colpi degli avversari che combattevo, non potevo preventivare
che dei colpi mi sarebbero arrivati anche da altre
parti, da dove meno potevo sospettarli (colpi metaforici, s'intende, ma
anche il codice divide i reati in atti e omissioni; cioè anche
le
omissioni sono colpe o colpi)» (Lettera a Tatiana Schucht, 19 maggio
1930).
Giulia
«Dalla tua ultima lettera mi pare che anche tu senti che c’è
qualcosa che non va in questa nostra corrispondenza senza continuità,
a
pezzi e bocconi, a salti di mesi e mesi. Il peggio è che io non
riesco a mutare il corso delle cose. Negli intervalli lunghi del tuo
silenzio rifletto a questa situazione che si è andata formando,
così diversa da ciò che io pensavo cinque anni fa dopo il
mio arresto.
Credevo che sarebbe stata possibile una certa comunanza della nostra vita,
che tu mi avresti aiutato a non perdere completamente il
contatto con la vita del mondo; per lo meno con la tua vita e quella dei
bambini. Mi pare invece e lo dico anche se devo farti
provare un forte dispiacere, che tu hai contribuito ad aggravare il mio
isolamento, facendomelo sentire più amaramente. [...] Mi
pare che nel corso di questi cinque anni noi siamo sempre di più
diventati dei fantasmi, degli esseri irreali l’uno per l’altro»
(Lettera a Giulia Schucht, 30 novembre 1931).
Ai margini del partito
«Ricordi che nel 1928, quando ero nel giudiziario di Milano, ricevetti
una lettera di un "amico" che era all'estero. Ricordi che ti
parlai di questa lettera molto "strana" e ti riferii che il
giudice istruttore, dopo avermela consegnata, aggiunse testualmente:
"onorevole Gramsci, lei ha degli amici che certamente desiderano
che lei rimanga un pezzo in galera […].Si trattò di un atto
scellerato, o di una leggerezza irresponsabile? È difficile dirlo.
Può darsi l'uno e l'altro caso insieme; può darsi che chi
scrisse fosse
solo irresponsabilmente stupido e qualche altro, meno stupido, lo abbia
indotto a scrivere. Ma è inutile rompersi il capo su tali
quistioni. Rimane il fatto obiettivo che ha il suo significato»
(Lettera a Tatiana Schucht, 5 dicembre 1932).
«Poi disse ancora che non si può attribuire il fatto di avere
scritto questa lettera, solo all'imbecillità di chi l'ha scritta,
dato che in
tale caso l'imbecillità sua dovrebbe oltrepassare ogni limite,
e non c'è dubbio che nell'avvenire, allorché si tirerà
fuori dell'archivio
questa lettera, chi l'ha scritta o chi l'ha fatta scrivere avrà
un gran da fare per poterla giustificare, anzi è evidente che non
riuscirebbe a giustificarla. Quindi se si vuole aiutarlo, ed egli non
dubita che lo voglia fare, si deve assolutamente, seguire alla
lettera le seguenti sue istruzioni: gli amici italiani non debbono assolutamente
essere messi al corrente di ciò che si vorrà fare, che
non si deve assolutamente scrivere su queste cose nulla» (Lettera
di Tatiana Schucht a Piero Sraffa 11 dicembre 1933)
«La mia impressione è di essere tenuto da parte, di rappresentare,
per così dire, "una pratica burocratica" da emarginare
e nulla
più. […] sebbene viva in carcere, isolato da ogni fonte di
comunicazione, diretta e indiretta, non devi pensare che non mi arrivino
ugualmente elementi di giudizio e di riflessione. Arrivano disorganicamente,
saltuariamente, a lunghi intervalli, come non può non
accadere, dai discorsi ingenui di quelli che sento parlare o faccio parlare
e che di tanto in tanto portano l'eco di altri ambienti, di
altre voci, di altri giudizi ecc. Non ho ancora perduto tutte le qualità
di critica "filologica": so sceverare, distinguere, smorzare
le
esagerazioni volute, integrare ecc. [...]. La conclusione, per dirla riassuntivamente,
è questa: io sono stato condannato il 4 giugno
1928 dal Tribunale Speciale, cioè da un collegio di uomini determinato,
che si potrebbero nominalmente indicare con indirizzo e
professione nella vita civile. Ma questo è un errore. Chi mi ha
condannato è un organismo molto più vasto, di cui il Tribunale
Speciale non è stato che l'indicazione esterna e materiale, che
ha compilato l'atto legale di condanna. Devo dire che tra questi
"condannatori" c'è stata anche Iulca, credo, anzi sono
fermamente persuaso, inconsciamente e c'è una serie di altre persone
meno
inconscie» (Lettera a Tatiana Schucht, 27 febbraio 1933).

10.
Turi
«Rivoluzione
passiva»
La «rivoluzione passiva» caratterizza un'epoca storica segnata
dall'esaurirsi delle potenzialità espansive del 1917 e dall'emergere
dell'americanismo e del fordismo come «risposta alla necessità
immanente di giungere all'organizzazione di una economia
programmatica» (Q. 22, §1).
Fallita l'esplosione rivoluzionaria in Occidente, e con una «combinazione
di forze progressive scarse e insufficienti di per sé» (Q.
10, § 61)
la rivoluzione passiva, o rivoluzione-restaurazione è «la
forma politica in cui le lotte sociali trovano quadri abbastanza elastici
da
permettere alla borghesia di giungere al potere senza rotture clamorose»
(Q. 1, § 151).
In chiave di rivoluzione passiva Gramsci analizza l'americanismo e il
fascismo: «non sono certo rivoluzioni, ma non sono
completamente reazioni, nel senso almeno che anche nel campo dominante
spezzano cristallizzazioni statali soffocanti» e «possono
avere un contenuto «progressivo» in quanto indicano che nella
vecchia società erano latenti forze operose non sapute sfruttare
dai
vecchi dirigenti, sia pure forze "marginali", ma non assolutamente
progressive» (Q. 14, § 23).
Negli anni '30 in Italia il fascismo tenta di introdurre, attraverso il
«corporativismo», i sistemi industriali americani. «Si
potrebbe
così concepire: la rivoluzione passiva si verificherebbe nel fatto
di trasformare la struttura economica "riformisticamente" da
individualistica a economia secondo un piano (economia diretta) e l'avvento
di una economia "media" tra quella individualistica
pura e quella secondo un piano in senso integrale, permetterebbe il passaggio
a forme politiche e culturali più progredite senza
cataclismi radicali e distruttivi in forma sterminatrice. Il "corporativismo"
potrebbe essere o diventare, sviluppandosi, questa forma
economica media di carattere "passivo"» (Q. 8, §
236).
E ancora: «si avrebbe una rivoluzione passiva nel fatto che per
l'intervento legislativo dello stato e attraverso l'organizzazione
corporativa, nella struttura economica del paese verrebbero introdotte
modificazioni più o meno profonde per accentuare l'elemento
"piano di produzione", verrebbe cioè accentuata la socializzazione
e la cooperazione della produzione senza per ciò toccare ( o
limitandosi solo a regolare e controllare) l'appropriazione individuale
e di gruppo del profitto»(Q. 10, § 9, parte I).
Comunque, sottolinea Gramsci, «la rivendicazione di "una economia
secondo un piano" e non solo nel terreno nazionale, ma su
scala mondiale, è interessante di per sé, anche se la sua
giustificazione sia puramente verbale: è "segno dei tempi";
è l'espressione
ancora "utopistica" di condizioni in via di sviluppo che, esse,
rivendicano l' "economia secondo un piano"» (Q.8, §
216).
Ma è nell'analisi del fenomeno americano che Gramsci individua
il terreno più avanzato, interno alla rivoluzione passiva. Posta
la
questione «se il tipo di industria e di organizzazione del lavoro
e della produzione proprio del Ford sia "razionale", possa e
debba
cioè generalizzarsi o se invece si tratti di un fenomeno morboso
da combattere con la forza sindacale e la legislazione», la risposta
di Gramsci è: «pare di poter rispondere che il metodo Ford
è "razionale", cioè deve generalizzarsi»
(Q. 22, § 13).
Ciò che va colta è, innanzitutto «la portata obbiettiva
del fenomeno americano, che è anche il maggiore sforzo collettivo
verificatosi finora per creare con rapidità inaudita e con una
coscienza del fine mai vista nella storia, un tipo nuovo di lavoratore
e
di uomo» (Q.22 §11).
Su questa base, dato di partenza dell'analisi gramsciana è il fatto
che l'America presenta rispetto all'Europa un ambiente
razionalizzato «naturalmente». «[…] La non esistenza
di queste sedimentazioni vischiosamente parassitarie lasciate dalle fasi
storiche passate [...]. Poiché esistevano queste condizioni preliminari,
già razionalizzate dallo svolgimento storico, è stato
relativamente facile razionalizzare la produzione e il lavoro. [...] L'egemonia
nasce dalla fabbrica e non ha bisogno per esercitarsi
che di una quantità minima di intermediari professionali della
politica e dell'industria» (Q.22 §2).
Ma c'è un altro importante passaggio che sembra capovolgere il
rapporto America-Europa:
«In America la razionalizzazione ha determinato la necessità
di creare un nuovo tipo umano, conforme al nuovo tipo di lavoro e di
processo produttivo [...]. E' ancora la fase dell'adattamento psico-fisico
alla nuova struttura industriale, ricercata attraverso gli alti
salari; non si è verificata ancora (prima della crisi del 1929)
se non sporadicamente, forse, alcuna fioritura "superstrutturale",
cioè
non è ancora stata posta la quistione fondamentale dell'egemonia»
(Q. 22, §2).
Nella “rivoluzione passiva” lo «Stato non può
non attraversare una fase di primitismo economico-corporativa»,
con elementi di
piano ancora scarsi (cfr. Q. 8, § 185). A ciò non sembra sfuggire
la costruzione del socialismo in Urss sotto la direzione staliniana.
«Lo stato è concepito sì come organismo proprio di
un gruppo, destinato a creare le condizioni favorevoli alla massima espansione
del gruppo stesso, ma questo sviluppo e questa espansione sono concepiti
e presentati come la forza motrice di una espansione
universale, di uno sviluppo di tutte le energie "nazionali",
cioè il gruppo dominante viene coordinato concretamente con gli
interessi generali dei gruppi subordinati e la vita statale viene concepita
come un continuo formarsi e superarsi di equilibri instabili
(nell'ambito della legge) fra gli interessi del gruppo fondamentale e
quelli dei gruppi subordinati, equilibri in cui gli interessi del
gruppo dominate prevalgono ma fino a un certo punto, non cioè fino
al gretto interesse economico-corporativo» (Q. 13, § 17).
11. Turi
Internazionalismo
Questi pensieri si ricollegano alla lettera del 1926 al Comitato centrale
del partito comunista sovietico. «Ci impressiona il fatto che
l'atteggiamento delle opposizioni investa tutta la linea politica del
Comitato centrale, toccando il cuore stesso della dottrina
leninista e dell'azione politica del nostro partito dell'Unione. È
il principio e la pratica dell'egemonia del proletariato che vengono
posti in discussione, sono i rapporti fondamentali di alleanza tra operai
e contadini che vengono turbati e messi in pericolo, cioè i
pilastri dello Stato operaio e della rivoluzione. Compagni, non si è
mai visto nella storia che una classe dominante, nel suo
complesso, stesse in condizioni di vita inferiori a determinati elementi
e strati della classe dominata e soggetta. Questa
contraddizione inaudita la storia l'ha riserbata in sorte al proletariato.
[...] Eppure il proletariato non può diventare classe dominate
se non supera col sacrificio degli interessi corporativi questa contraddizione,
non può mantenere la sua egemonia e la sua dittatura
se anche divenuto dominate non sacrifica questi interessi immediati per
gli interessi generali e permanenti della classe» (Lettera
dell'Ufficio politico del Pcd'I al Cc del Pcus).
Lo stesso nucleo concettuale si ritrova nell'unico testo dei Quaderni
in cui Gramsci fa riferimento esplicito a Stalin: «Il punto che
mi pare sia da svolgere è questo: come secondo la filosofia della
prassi (nella sua manifestazione politica) [...] la situazione
internazionale debba essere considerata nel suo aspetto nazionale. Realmente
il rapporto "nazionale" è il risultato di una
combinazione "originale" unica (in un certo senso) che in questa
originalità e unicità deve essere compresa e concepita se
si vuole
dominarla e dirigerla. Certo lo sviluppo è verso l'internazionalismo,
ma il punto di partenza è "nazionale" ed è da
questo punto di
partenza che occorre prendere le mosse. Ma la prospettiva è internazionale
e non può essere che tale. Occorre pertanto studiare
esattamente la combinazione di forze nazionali che la classe internazionale
dovrà dirigere e sviluppare secondo la prospettiva e le
direttive internazionali. La classe dirigente è tale solo se interpreterà
esattamente questa combinazione di cui essa stessa è
componente e in quanto tale appunto può dare al movimento un certo
indirizzo in certe prospettive» (Q. 14, § 68).
«Solo oggi (1935) dopo le manifestazioni di brutalità e di
ignominia inaudita della "cultura" tedesca dominata dall'hitlerismo,
qualche intellettuale si è accorto di quanto fosse fragile la civiltà
moderna - in tutte le sue espressioni contraddittorie, ma
necessarie nella loro contraddizione» (Q. 28, § 1).
«L'aspetto della crisi moderna che viene lamentato come "ondata
di materialismo" è collegato con ciò che si chiama
"crisi di
autorità". Se la classe dominante ha perduto il consenso,
cioè non è più "dirigente", ma unicamente
"dominante", detentrice della
pura forza coercitiva, ciò appunto significa che le grandi masse,
si sono staccate dalle ideologie tradizionali, non credono più
a ciò
in cui prima credevano ecc. La crisi consiste appunto nel fatto che il
vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo
interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati»
(Q. 3, § 34).
«Egemonia civile»
La risposta su scala mondiale alla sconfitta dell'Ottobre è stata
la rivoluzione passiva, in cui l'avversario ha saputo contenere entro
la misura di mutamenti molecolari l'esplosione di tutte le «quistioni»
che con la guerra avevano «fatto mucchio». Dato di partenza
è
comunque il mutamento della «struttura generale del processo precedente»,
sulla cui base, per i «raggruppamenti progressivi», si
impone il problema di elaborare una forma adeguata di «guerra di
posizione». È questo il terreno dell'egemonia, che è
superamento
definitivo della «rivoluzione permanente».
«La formula è propria di un periodo storico in cui non esistevano
ancora i grandi partiti politici di massa e i grandi sindacati
economici e la società era ancora, per dir così, allo stato
di fluidità sotto molti aspetti: maggiore arretratezza della campagna
e
monopolio quasi completo dell'efficienza politico-statale in poche città
o addirittura in una sola [...] apparato statale relativamente
poco sviluppato e maggiore autonomia della società civile dall'attività
statale, determinato sistema delle forze militari e
dell'armamento nazionale, maggiore autonomia delle economie nazionali
dai rapporti economici del mercato mondiale ecc. Nel
periodo dopo il 1870, con l'espansione coloniale europea, tutti questi
elementi mutano, i rapporti organizzativi interni e
internazionali dello stato diventano più completi e massicci e
la formula quarantottesca della "rivoluzione permanente" viene
elaborata e superata nella scienza politica nella formula di "egemonia
civile". Avviene nell'arte politica ciò che avviene nell'arte
militare: la guerra di movimento diventa sempre più guerra di posizione
e si può dire che uno stato vince una guerra in quanto la
prepara minutamente e tecnicamente nel tempo di pace [...]. La quistione
si pone per gli stati moderni, non per i paesi arretrati e
per le colonie, dove vigono ancora le forme che altrove sono superate
e divenute anacronistiche» (Q. 13, § 7).

12.
Turi
La
crisi
La crisi del 1929 nei Quaderni non rappresenta che una manifestazione
aggravata di un processo di crisi già evidente, nei suoi tratti
salienti, con la guerra mondiale e il primo dopoguerra.
«Si potrebbe allora dire e questo sarebbe il più esatto,
che la "crisi" non è altro che l'intensificazione quantitativa
di certi elementi,
non nuovi e originali, ma specialmente l'intensificazione di certi fenomeni,
mentre altri che prima apparivano e dominavano
simultaneamente ai primi, immunizzandoli, sono divenuti inoperosi o sono
scomparsi del tutto». Detto questo «si può dire che
della
crisi come tale non vi sia data d'inizio, ma solo di alcune "manifestazioni"
più clamorose che vengono identificate con la crisi,
erroneamente e tendenziosamente. L'autunno del '29 col crack della borsa
di New York è per alcuni l'inizio della crisi e si capisce
per quelli che nell'"americanismo" vogliono trovar l'origine
e la causa della crisi. Ma gli eventi dell'autunno del '29 in America
sono
appunto una delle clamorose manifestazioni dello svolgimento critico,
niente altro. Tutto il dopoguerra è crisi, con tentativi di
ovviarla, che volta a volta hanno fortuna in questo o quel paese, nient'altro.
Per alcuni (e forse non a torto) la guerra stessa è una
manifestazione della crisi, anzi la prima manifestazione, appunto la guerra
fu la risposta politica e organizzativa dei responsabili»(
Q.15 §5).
«Si verifica nel mondo moderno un fenomeno simile a quello del distacco
tra "spirituale" e "temporale" nel Medio Evo: fenomeno
molto più complesso di quello d'allora, di quanto è diventata
più complessa la vita moderna. I raggruppamenti sociali regressivi
e
conservativi si riducono sempre sempre più alla loro fase iniziale
economica-corporativa; mentre i raggruppamenti progressivi e
innovatori si trovano ancora nella fase iniziale appunto economica-corporativa;
gli intellettuali tradizionali, staccandosi dal
raggruppamento sociale al quale avevano dato finora la forma più
alta e comprensiva e quindi la coscienza più vasta e perfetta dello
Stato moderno, in realtà compiono un atto di incalcolabile portata
storica: segnano e sanzionano la crisi statale nella sua forma
decisiva [...] Oggi lo "spirituale" che si stacca dal "temporale"
e se ne distingue come a se stante, è un qualcosa di disorganico,
di
discentrato, un pulviscolo instabile di grandi personalità culturali
senza "Papa" e senza territorio» (Q. 6, § 10).
Il liberalismo di Benedetto Croce
«È da vedere se a suo modo, lo storicismo crociano non sia
una forma abilmente mascherata, di storia a disegno, come tutte le
concezioni liberali riformistiche».
La sintesi conserva la parte vitale della tesi, ma quale sia questa parte
non può essere determinato a priori, come, invece, sembra
fare il Croce, affermando «che è "vitale" e intangibile
la forma liberale dello stato, la forma cioè che garantisce a ogni
forza politica
di muoversi e di lottare liberamente. Ma come può confondersi questo
fatto empirico col concetto di libertà, cioè di storia?
Come
domandare che le forze in lotta "moderino" la lotta entro certi
limiti (i limiti della conservazione dello stato liberale) senza cadere
in arbitrio e nel disegno preconcetto? Nella lotta "i colpi non si
danno a patti" e ogni antitesi deve necessariamente porsi come
radicale antagonista della tesi, fino a proporsi di distruggerla completamente
e completamente sostituirla. Concepire lo svolgimento
storico come un gioco sportivo col suo arbitro e le sue norme prestabilite
da rispettare lealmente, è una forma di storia a disegno, in
cui l'ideologia non si fonda sul "contenuto" ma sulla forma
e sul metodo della lotta. È una ideologia che tende a snervare
l'antitesi,
a spezzettarla in una lunga serie di momenti, cioè a ridurre la
dialettica a un processo di evoluzione riformistica "rivoluzionerestaurazione",
in cui solo il secondo termine è valido, poiché si tratta
di rabberciare continuamente (dall' esterno) un organismo
che non possiede internamente la propria ragion di salute» (Q.10
II, §41 -XVI).
La «Religione della libertà»
«Per il Croce è religione ogni concezione del mondo che si
presenti come una morale. Ma è avvenuto questo per la "libertà"?
Essa è
stata religione per un piccolo numero di intellettuali; nelle masse si
è presentata come elemento costitutivo di una combinazione o
lega ideologica, di cui era parte costitutiva prevalente la vecchia religione
cattolica e di cui altro elemento importante, se non
decisivo dal punto di vista laico, fu quello di "patria". Né
si dica che il concetto di "patria" era un sinonimo di "libertà",
era un
momento di "conservazione" e una sorgente di persecuzioni e
di un nuovo Santo Uffizio» (Q. 10. § 10, Parte I).
«Si potrebbe dire, con terminologia crociana, che la più
grande eresia sorta nel seno della "religione della libertà",
ha anch'essa
come la religione ortodossa, subito una degenerazione, si è diffusa
come "superstizione", cioè è entrata in combinazione
col
liberismo e ha prodotto l'economismo. È da vedere però se,
mentre la religione ortodossa si è ormai imbozzacchita, la superstizione
eretica non abbia sempre mantenuto un fermento che la farà rinascere
come religione superiore, se cioè le scorie di superstizione
non siano facilmente liquidabili» (Q.13, § 18).
Gentile e il fascismo
«L'influsso del Croce, nonostante tutte le apparenze, è di
molto superiore a quello del Gentile. Intanto l'autorità del Gentile
è
tutt'altro che ammessa nella sua stessa parte politica [...]. Mi pare
che la filosofia del Gentile, l'attualismo, sia più nazionale solo
nel senso che è più strettamente legata a una fase primitiva
dello stato, allo stadio economico-corporativo, quando tutti i gatti sono
bigi. Per la stessa ragione si può credere alla maggior importanza
e influsso di questa filosofia [...]. L'influsso del Croce è meno
rumoroso di quello del Gentile ma più profondo e radicato; Croce
è realmente una specie di papa laico, ma la morale del Croce è
troppo da intellettuali, troppo del tipo Rinascimento, non può
diventare popolare, mentre il papa e la sua dottrina influenzano
masse sterminate di popolo con massime di condotta che si riferiscono
anche alle cose più elementari» (Q. 10, § 41, IV, parte
II).

13.
Turi
L’
individuo e la massa
«L'uomo attivo di massa opera praticamente, ma non ha una chiara
coscienza teorica di questo suo operare che pure è un conoscere
il mondo in quanto lo trasforma. La sua coscienza teorica anzi può
essere storicamente in contrasto col suo operare […]. La
comprensione critica di se stessi avviene quindi attraverso una lotta
di "egemonie" politiche, di direzioni contrastanti, prima nel
campo dell'etica, poi della politica, per giungere a una elaborazione
superiore della propria concezione del reale. La coscienza di
essere parte di una determinata forza egemonica (cioè la coscienza
politica) è la prima fase per una ulteriore e progressiva
autocoscienza in cui teoria e pratica finalmente si unificano» (Q.11,
§12).
Il «moderno principe» all’Italia
«Il
moderno principe, il mito-principe non può essere una persona reale,
un individuo concreto, può essere solo un organismo; un
elemento di società complesso nel quale già abbia inizio
il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi
parzialmente nell'azione. Questo organismo è già dato dallo
sviluppo storico ed è il partito politico, (la prima cellula in
cui si
riassumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire
universali e totali)» (Q. 13, § 1).
«Non può esserci elaborazione di dirigenti dove manca l'attività
teorica, dottrinaria dei partiti, dove non sono sistematicamente
ricercate e studiate le ragioni di essere e di sviluppo della classe rappresentata.
Quindi scarsità di uomini di stato, di governo,
miseria della vita parlamentare, facilità di disgregare i partiti,
corrompendone, assorbendone i pochi elementi indispensabili.
Quindi miseria della vita culturale e angustia meschina dell'alta cultura:
invece della storia politica, la erudizione scarnita, invece
della religione la superstizione, invece dei libri e delle grandi riviste,
il giornale quotidiano e il libello. Il giorno per giorno, con le
sue faziosità e i suoi urti personalistici, invece della politica
seria» (Q.3, § 119).
La «Riforma intellettuale e morale»
«Una parte importante del moderno Principe dovrà essere dedicata
alla quistione di una riforma intellettuale e morale, cioè alla
quistione religiosa o di una concezione del mondo. [...]. Il moderno Principe
deve e non può non essere il banditore e
l'organizzatore di una riforma intellettuale e morale, ciò che
poi significa creare il terreno per un ulteriore sviluppo della volontà
collettiva nazionale popolare verso il compimento di una forma superiore
e totale di civiltà moderna. [...] Può esserci riforma
culturale e cioè elevamento civile degli strati depressi della
società, senza una precedente riforma economica e un mutamento
nella
posizione sociale e nel mondo economico? Perciò una riforma intellettuale
e morale non può non essere legata ad un programma di
riforma economica, anzi il programma di riforma economica è appunto
il modo concreto con cui si presenta ogni riforma
intellettuale e morale» (Q. 13, § 1).
Passato e Presente
A quest'ultima parte, «devono essere collegate alcune osservazioni
fatte sulla cosiddetta "quistione dei giovani", determinata
dalla
"crisi di autorità" delle vecchie generazioni dirigenti
e dal meccanico impedimento posto a chi potrebbe dirigere di svolgere
la sua
missione» (Q. 3, § 34).
«Una generazione può essere giudicata dallo stesso giudizio
che essa dà della generazione precedente, un periodo storico dallo
stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto.
Una generazione che deprima una generazione precedente, che non
riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può
che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume
pose gladiatorie e smania per la grandezza» (Q. 8, § 17).
«Si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente:
come sarebbe più comodo se i genitori avessero già fatto
il
lavoro dei figli. Nella svalutazione del passato è implicita una
giustificazione della nullità del presente [...]. Una soffitta
su un
pianterreno è meno soffitta di quella sul decimo o trentesimo piano?
Una generazione che sa far solo soffitte si lamenta che i
predecessori non abbiano già costruito palazzi di dieci o trenta
piani. Dite di esser capaci di costruire cattedrali ma non siete capaci
che di costruire soffitte» (Q. 8, § 17).
«...Omaggio alla modernità»
«Ma questa come si presenta? Ci saranno i capelli alla garçonne
immagino, e si canterà su "Valencia" e sulle mantiglie
delle donne
madrilene, ma ancora sussisteranno tipi all'antica come tia Alene e Corroncu
e le novelline avranno ancora un ambiente adatto. Del
resto, non so se ricordi: io dicevo sempre, da bambino, che avrei desiderato
di vedere tia Alene in bicicletta, ciò che dimostra che ci
divertivamo a mettere in contrasto i trogloditi con la modernità
relativa d'allora, ciò pur essendo già più oltre
del nostro ambiente,
questo non cessava d'esserci simpatico e di destare sensazioni piacevoli
in noi» (Lettera alla sorella Teresina, 18 gennaio 1932).
14.
Opere
Edizioni
Togliatti prende visione degli scritti di
Gramsci alla fine del '38, o agli inizi del '39 mentre si trova in Spagna.
Il suo interesse per
una pubblicazione in tempi rapidi dell'opera gramsciana è documentato
dalla lettera che, subito dopo la morte di Gramsci, egli
aveva indirizzato a Sraffa chiedendo informazioni sulle «istruzioni
lasciate da Antonio per la pubblicazione eventuale, e in ogni
caso per lo studio e la utilizzazione dei suoi scritti».
Nella lettera che Togliatti scrive a Dimitrov il 25 aprile del ’41
si dà ufficialmente notizia che i manoscritti originali di Gramsci
sono stati trasferiti all’archivio del Comintern, ma è lo
stesso Togliatti a sottoporre a Dimitrov il problema delle copie fotografiche
dei Quaderni che, a suo parere e secondo il giudizio della commissione
appositamente costituita, non è opportuno lasciare presso la
famiglia poiché «contengono materiali che possono essere
utilizzati solo dopo un’accurata elaborazione». Se tali documenti
- e
soprattutto «alcune parti» di essi - aggiunge Togliatti, fossero
utilizzati così come si trovano, potrebbero risultare «non
utili al
partito». La lettera di Togliatti a Dimitrov - nelle quale, per
la prima volta si adombra il problema politico della pubblicazione dei
Quaderni gramsciani senza un adeguato lavoro di elaborazione - è
la logica premessa alla edizione tematica dei Quaderni del ’48.
Il primo progetto editoriale dei Quaderni risale al '43-44 e appartiene
a Togliatti. Sarà ancora il segretario del Pci nei vent'anni
successivi a seguire dietro le quinte le vicende editoriali delle opere
di Gramsci.
Il 12 maggio 1945 Giulio Einaudi invia alla direzione del Pci uno «schema
di accordo» per la pubblicazione delle opere di Gramsci.
Nella sua risposta a Giulio Einaudi, Togliatti si dichiara «perfettamente
d'accordo» sulla proposta editoriale integrale. Il primo volume
delle Lettere dal carcere è pubblicato nel 1947. L’edizione
tematica dei Quaderni del carcere esce in 6 volumi, dal 1948 al
1951, a cura di Felice Platone.
Nei primi anni sessanta l’Istituto Gramsci avvia la preparazione
della edizione critica e cronologica dei Quaderni. Franco Ferri
scriverà a Giulio Einaudi il 22 ottobre del '62: la nuova edizione
«sfaterà [...] una volta per tutte la leggenda dei tagli
di natura
diplomatica che sarebbero stati apportati nella raccolta einaudiana delle
opere» L'edizione critica dei Quaderni a cura di Valentino
Gerratana esce presso Einaudi nell'aprile del '75. Nel gennaio del 1990
il Presidente della repubblica italiana ha concesso il suo
«Alto Patronato» alla proposta di comporre tutta l’opera
di Gramsci in un’«edizione nazionale». Il progetto per
l’edizione critica
integrale delle opere di Gramsci è elaborato dalla Fondazione Istituto
Gramsci e si propone di raggruppare gli scritti in 3 corpi,
destinati rispettivamente agli anni che precedono il carcere (1913-1926),
ai Quaderni e ai carteggi. Si prevede inoltre un corpo di
apparati dell’intera edizione.
Gramsci nel mondo
Il nome di Gramsci figura fra i 250 autori di tutto il mondo più
citati nella letteratura umanistica internazionale. L'interesse per la
sua opera è documentato dalle molte traduzioni, soprattutto delle
Lettere e dei Quaderni, pubblicate in tutto il mondo già a partire
dal dopoguerra. Fino al 1975, anno di pubblicazione dell’edizione
critica dei Quaderni, sono trenta gli editori stranieri che
stipulano contratti editoriali con l’Istituto Gramsci e pubblicano
le opere. Fra essi: Gallimard a Parigi, Lawrence & Wishart a
Londra, Fisher Verlag a Francoforte, Harper & Row a New York, svariati
editori nei paesi dell’est europeo, due editori danesi, un
editore svedese, numerosi editori di lingua spagnola e catalana. In Francia,
nel 1953, esce con le Editions sociales una selezione
delle Lettres de la prison, con la prefazione di Togliatti. Negli anni
sessanta è avviata la lunga trattativa editoriale fra l'Istituto
Gramsci e l'editore Gallimard per la pubblicazione degli Ecrits politiques,
pubblicati fra il 1974 e il 1980 e i Cahiers de prison,
stampati fra il 1975 e il 1996. Le prime traduzioni in lingua inglese
risalgono agli anni cinquanta e sessanta. All'inizio degli anni
settanta cominciano ad uscire, contemporaneamente in Gran Bretagna e negli
Stati Uniti le selezioni dalle Lettere, gli articoli
politici e i Quaderni. Le prime traduzioni in tedesco sono apparse nella
Germania orientale alla metà degli anni cinquanta mentre,
solo negli anni novanta è iniziata ad Amburgo, da Argument, la
traduzione integrale dei Quaderni, di cui sono a tutt'oggi
disponibili i primi 7 volumi. La prima importante scelta di opere in lingua
spagnola, durante il lungo silenzio del periodo
franchista, è databile in Messico nel 1970, mentre in Argentina
i Quaderni erano già stati tradotti fra il 1958 e il 1962. In Russia,
dopo le antologie degli anni cinquanta e sessanta si lavora all'edizione
completa dei Quaderni. Negli Stati Uniti, è iniziata negli
anni novanta l'edizione integrale dei Quaderni con la Columbia University
Press. Sempre in anni recenti sono state avviate le
traduzioni in cinese e in giapponese mentre antologie dai Quaderni sono
allo studio in varie lingue del subcontinente indiano e nel
mondo arabo, in catalano e in portoghese.
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