ANNALE XVI – Gramsci nel suo tempo – 2 voll.

a cura di Francesco Giasi
Roma, Carocci 2008
pp. 943, € 92,00 (2 voll.) | 9788843050871

 

 

 

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Indice
Prefazione di Giuseppe Vacca
VOLUME PRIMO
PARTE PRIMA. IL SOCIALISMO E L’ITALIA DI FRONTE ALLA GUERRA
Critica dell’Italia (e degli italiani) e antigiolittismo nel giovane Gramsci di Leonardo Rapone
Grande Guerra e rinnovamento del socialismo negli scritti del giovane Gramsci (1914-18) di Claudio Natoli
Gramsci e il socialismo europeo fra guerra e dopoguerra di Andrea Panaccione
Gramsci e Tasca di Sergio Soave
Gramsci e la guerra: dal giornalismo alla riflessione storica di Angelo d’Orsi
Gramsci e la Lega delle Nazioni: un dibattito di Giovanna Savant
Antonio Gramsci e il liberismo italiano (1913-19) di Luca Michelini
La scuola economica di Torino: Achille Loria di Riccardo Faucci
Socialismo, riformismo e scienze sociali nella Torino del giovane Gramsci (1914-21) di Federico Lucarini
Gramsci critico della cultura: l’esempio delle cronache teatrali di Armando Petrini
Gramsci e Serra di Antonia Acciani
Sul futurismo. Appunti per una ricerca di Francesca Chiarotto e Gesualdo Mafia
PARTE SECONDA. LA RIVOLUZIONE ITALIANA
La cultura politica degli ordinovisti di David Bidussa
Modernizzazione, Mezzogiorno e storia d’Italia in Gramsci di Luigi Masella
La formazione economica dell’Italia unita di Pierluigi Ciocca
Gramsci e il fascismo di Simona Colarizi
Gramsci e la questione cattolica di Emma Fattorini
Egemonia leninista, egemonia gramsciana di Anna Di Biagio
Il gruppo dirigente del PCI e la “questione russa” (1924-26) di Silvio Pons
Divisioni politiche e unità sindacale dopo Livorno di Francesco Giasi
Gramsci e la questione agraria. Cultura economico-politica, organizzazione e rapporti con il PPI (1916-26) di Emanuele Bernardi
Piero Sraffa e Antonio Gramsci: l’“Ordine nuovo” e le lotte operaie in Inghilterra e in America (1921) di Francesco Auletta
Piero Sraffa “politico” nel 1924. Una lettura di Nerio Naldi
Il fascismo e la crisi italiana negli scritti del 1924-26 di Benedetta Garzarelli
VOLUME SECONDO
PARTE TERZA. LA FORMAZIONE DELLA FILOSOFIA DELLA PRASSI
I Marx di Gramsci di Francesca Izzo
L’analisi internazionale e lo sviluppo della filosofia della praxis di Roberto Gualtieri
La “grande trasformazione”: i rapporti tra Stato ed economia nei Quaderni del carcere di Terenzio Maccabelli
Il problema del corporativismo nel dibattito europeo e nei Quaderni di Alessio Gagliardi
Gramsci e Croce politico di Marcello Montanari
La “religione della storia”. Aspetti della presenza di Bergson nel pensiero di Gramsci di Giuseppe Guida
Mito politico e morale dei produttori: il confronto con Georges Sorel di Marco Gervasoni
Il neoidealismo italiano e l’elaborazione della filosofia della praxis di Fabio Frosini
Il marxismo sovietico ed Engels. Il problema della scienza nel Quaderno 11 di Giuseppe Cospito
Filosofia del linguaggio e filosofia della prassi di Giancarlo Schirru
Aspetti linguistici delle lettere pre-carcerarie di Luigi Matt
La funzione della letteratura e il concetto di nazionale-popolare di Marina Paladini Musitelli
Dalla machiavellistica “elitista” al moderno Principe “democratico” di Michele Fiorillo
La “questione del pragmatismo” in Gramsci: dai problemi della formazione negli scritti 1916-18 all’analisi dell’americanismo di Chiara Meta
A scuola di leninismo. Come si diventa “rivoluzionari di professione” di Fiamma Lussana
Gramsci e Togliatti, Togliatti e Gramsci di Carlo Spagnolo
Indice dei nomi


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In breve
I nuovi documenti acquisiti negli ultimi venti anni, la pubblicazione di alcuni carteggi fondamentali, la preparazione dell’Edizione nazionale degli scritti e l’intenso sviluppo degli studi gramsciani consentono ormai di leggere Gramsci ricollegandone pensiero e biografia. In occasione del settantesimo anniversario della morte la Fondazione Istituto Gramsci ha potuto quindi realizzare il primo convegno propriamente storico sull’opera del pensatore e uomo politico sardo. Gramsci è ormai un classico del Novecento, ma la sua opera è del tutto singolare, composta com’é di scritti giornalistici quasi sempre non firmati, interventi politici, lettere e appunti manoscritti. Ricostruire il «ritmo del pensiero in isviluppo» richiede una ricognizione molecolare delle occasioni che hanno originato i suoi scritti quasi giorno per giorno. Il convegno Gramsci nel suo tempo si è proposto quindi di porre le fondamenta di una biografia integrale di Gramsci attraverso il contributo di ricercatori italiani che più hanno innovato lo studio del suo pensiero ricostruendo il contesto storico-critico dei suoi scritti. Un’impresa collettiva e plurale, come è giusto che sia: quanto più la critica storica restituisce il contesto del pensiero di un classico, tanto più le sue pagine si aprono a nuove letture e a nuove interpretazioni.


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Prefazione
di Giuseppe Vacca
Fin dal 1957 i decennali della morte di Gramsci sono stati l’occasione di convegni di studio nazionali e internazionali, quasi sempre promossi dall’Istituto che ne porta il nome e preparati con molta cura. Si potrebbe dire che costituiscano una “tradizione”, caratterizzata tanto da costanti quanto da variazioni. Fra le prime si può sottolineare il metodo storico, vale a dire lo sforzo di ricondurre il pensiero di Gramsci al contesto storico; il confronto fra studiosi delle più diverse ispirazioni culturali e campi di ricerca, influenzati dalla lettura di Gramsci ma non necessariamente specialisti del suo pensiero e frequentemente “anti-gramsciani”; l’obiettivo di fare un bilancio della diffusione dei suoi scritti e di promuoverla; il coinvolgimento di figure eminenti di studiosi stranieri variamente influenzati dal pensiero di Gramsci. Fra le seconde ci si può limitare a indicare l’obiettivo di prospettarne una interpretazione e di promuovere un confronto fra gli studiosi di Gramsci italiani e stranieri.
Gli elementi indicati ricorrono in tutti i convegni decennali, variamente combinati fra loro. L’incidenza maggiore o minore dell’uno e dell’altro elemento è riconducibile principalmente ai seguenti fattori: il rapporto dell’Istituto Gramsci con il PCI; la situazione politica e culturale del periodo; gli sviluppi degli studi gramsciani e il confronto anche molto aspro fra le diverse interpretazioni.
Il rapporto del Gramsci col PCI va specificato. Fino al 1982 l’Istituto era una sezione di lavoro del Comitato centrale del partito. Ma solo il primo convegno, ispirato da Togliatti e intitolato Studi gramsciani (Roma, gennaio 1958), si può considerare una proiezione diretta della politica culturale del PCI. Nella sua realizzazione gli elementi indicati presentavano un notevole equilibrio, ma prevaleva l’intento di inaugurare una nuova interpretazione di Gramsci affidata principalmente alla relazione di Togliatti e consona all’innovazione politica che egli cercava di promuovere (la via italiana al socialismo). Inoltre veniva dato grande impulso alla storicizzazione del pensiero di Gramsci e al confronto fra gli interpreti italiani e stranieri. Il secondo convegno, Gramsci e la cultura contemporanea (Cagliari, aprile 1967), fu invece promosso da un gruppo di professori delle università di Cagliari e di Sassari. Non si può dire che non fosse in sintonia con la politica culturale del partito, che d’altronde aveva condiviso l’iniziativa, ma il convegno si caratterizzò principalmente per un bilancio e una promozione della presenza di Gramsci nella cultura accademica ricalcandone le partizioni disciplinari e distanziando profondamente il Gramsci “pensatore” e “uomo di cultura” dal politico. Il terzo convegno, Politica e storia in Gramsci (Firenze, dicembre 1977), fu promosso e preparato con cura dall’Istituto Gramsci ma non si può dire che fosse ispirato dalla direzione del partito. Nella sua impostazione prevalse l’impronta del gruppo di intellettuali più direttamente impegnati nell’attività dell’Istituto. Erano al tempo stesso studiosi e dirigenti di partito palesemente critici verso l’impianto del convegno cagliaritano e, avvalendosi soprattutto dell’edizione critica dei Quaderni pubblicata l’anno prima, spostarono l’accento sull’unitarietà della figura di Gramsci come pensatore e uomo d’azione, e soprattutto come teorico della transizione al socialismo. Non è facile dire in che misura l’iniziativa fosse condivisa o subìta dalla direzione del partito; certo è che tra il volume che raccoglie le relazioni preparatorie e che venne pubblicato con notevole anticipo sul convegno, e il volume che raccoglie gli atti del convegno stesso appaiono rimarchevoli asimmetrie, probabilmente originate dall’esigenza di diluire l’impatto dell’impostazione iniziale del convegno sull’indirizzo politico del PCI, che in quel periodo era impegnato nella difficile vicenda dei governi di solidarietà nazionale. Anche il quarto convegno fu ideato e promosso dall’Istituto Gramsci, divenuto nel frattempo Fondazione, e aveva una connotazione prevalentemente interpretativa. Il tema Morale e politica in Gramsci (Roma, giugno 1987) e l’impostazione del convegno, i cui atti non vennero pubblicati, risentivano delle incertezze e dell’eclettismo dell’indirizzo culturale del partito, nel quale la nozione stessa di “politica culturale” era ormai desueta.
Fra gli anni Settanta e Ottanta, grazie all’edizione critica dei Quaderni e alla loro crescente fortuna internazionale, Gramsci era ormai generalmente considerato un classico del pensiero politico del Novecento e tuttavia la sua influenza nella cultura italiana era drasticamente scemata. Paradossalmente fu l’89 a favorirne la ripresa di interesse dopo la lunga agonia del PCI che aveva assecondato l’eclissi e l’emarginazione del suo pensiero. L’iniziativa più rilevante dell’Istituto fu la proposta di una Edizione nazionale degli scritti di Gramsci, che fra l’altro ne sancisse il riconoscimento di classico. La proposta ebbe una gestazione travagliata e il progetto si avviò soltanto nel 1998. Ma la sua lenta maturazione aveva già influito sul modo di impostare le celebrazioni del decennale. Il convegno del 1997, Gramsci e il Novecento (Cagliari, aprile 1997), si proponeva ancora una volta di “interrogare” il pensiero gramsciano “a partire dal presente”, ma lo faceva in modo diverso dal passato. Già la scelta del tema suggeriva l’intento di una più meditata storicizzazione. In secondo luogo, i temi delle relazioni originavano dalle nuove ricerche stimolate dal convegno del 1997 che aveva messo l’enfasi sui concetti di “rivoluzione passiva” e “crisi organica” spostando il focus sulla interpretazione gramsciana del moderno, dell’americanismo e del fascismo, e innovato il concetto di egemonia. Il convegno del 1997 consentiva, quindi, di proporre a interpreti sia italiani che stranieri sondaggi ad ampio spettro su nodi cruciali della storia del Novecento, impiegando come reagente le categorie fondamentali dei Quaderni. Riproporre la lettura di Gramsci mettendo a fuoco la relazione fra il suo pensiero e il XX secolo era un modo per rilanciare il metodo storico come sua chiave interpretativa, tenendosi però a distanza dalle dispute ideologiche e dalle letture finalizzate alla politica contingente dell’una o dell’altra fazione.
In quel solco abbiamo lavorato al convegno del 2007 il cui titolo manifesta l’intenzione di una storicizzazione integrale. Ci sembra utile un chiarimento di tale proposito. La scelta di promuovere l’Edizione nazionale degli scritti di Gramsci ha inteso corrispondere a una ridefinizione dei compiti fondamentali della Fondazione. Fra i primi a riconoscere a Gramsci lo status di classico, il più autorevole è stato Valentino Gerratana che non a caso propose quel concetto proprio nel momento in cui licenziava l’edizione critica dei Quaderni ?. In seguito Gerratana tornò su quella definizione e nel 1991 la specificò nel modo seguente: «classico è un autore che vale la pena di rileggere e reintepretare alla luce di nuove esigenze e di nuovi problemi» ?. È una delle definizioni possibili, certamente legittima per il “filosofo individuale”, ma sarebbe valida per una fondazione culturale che porta il nome di Gramsci? Sarebbe valida dopo i progressi compiuti dalla critica gramsciana in settanta anni? Gramsci è un autore postumo che non ha lasciato “opere”, ma una ingente mole di scritti giornalistici, di interventi politici, lettere e appunti inediti che costituiscono lo zibaldone dei manoscritti del carcere. È, quindi, un “classico” del tutto particolare, i cui scritti diventano “opere” attraverso l’accurato lavoro degli editori e il cui pensiero vive e muta secondo i progressi e le differenze delle sue edizioni (non c’è edizione di un “classico” che non ne proponga anche una o più interpretazioni, e ciò è vero soprattutto per un autore come il nostro).
La Fondazione Istituto Gramsci avviò il progetto della nuova edizione critica di tutti gli scritti di Gramsci perché gli sviluppi della documentazione e della ricerca dimostravano la necessità e suggerivano i criteri per superare le edizioni precedenti: degli scritti giornalistici e politici, che richiedevano una verifica delle attribuzioni e un apparato critico che ne consentisse la migliore contestualizzazione; dell’epistolario, che non poteva più essere limitato alle lettere scritte da Gramsci fra il 1908 e il 1937, ma doveva comprendere anche quelle dei suoi corrispondenti e i “carteggi paralleli”: specificatamente quelli tra Piero Sraffa e Tania Schucht, e fra Tania e i suoi familiari, entrambi essenziali per la biografia del prigioniero; e, infine, dei Quaderni, poiché l’esclusione dei quaderni di traduzioni dall’edizione Gerratana appariva sempre più manifestamente ingiustificata e più affinati criteri di datazione delle note erano stati elaborati nel frattempo. D’altro canto, il crescente sviluppo delle traduzioni delle Lettere e dei Quaderni, la diffusione degli studi gramsciani nel mondo, la loro differenziazione disciplinare, politica e culturale, ci facevano avvertire come una responsabilità della cultura italiana quella di apprestare una edizione critica integrale degli scritti di Gramsci, la più accurata che il progredire delle ricerche e della documentazione potesse consentire: un compito che solo la “cultura nazionale” che aveva originato il suo pensiero poteva assolvere, e che la Fondazione Istituto Gramsci doveva assumere facendone il proprio principale cimento.
In questa scelta vi è forse un modo diverso di concepire la “classicità” di Gramsci. Si potrebbe dire così: “classico” è un pensatore dopo il quale chi incroci i grandi problemi su cui si era tormentata la sua riflessione non può – o almeno non dovrebbe – fare a meno di confrontarsi col suo pensiero. Non è una definizione inconciliabile con quella proposta da Gerratana. Certamente classico «è un autore che vale la pena di rileggere e reinterpretare alla luce di nuove esigenze e di nuovi pensieri», ma fornire gli strumenti che consentano di rileggerlo su basi filologiche e critiche più solide è una garanzia per rispettarne «il ritmo del pensiero in isviluppo» e immunizzare l’interprete dal rischio di «sollecitare i testi». Ciò è tanto più vero quando siano nuove esigenze e nuovi pensieri che spingono a rivolgersi alle pagine illuminanti di un classico della filosofia della praxis. Storicizzare non è relativizzare, né tanto meno neutralizzare. Quanto più si storicizza, tanto più si moltiplicano e si arricchiscono ma anche ridefiniscono e trovano fondamento le prospettive di lettura dei testi, e l’interprete può verificare la pertinenza e la validità delle «nuove esigenze» e dei «nuovi pensieri» che lo muovono a reinterrogare l’autore.
Il lavoro più che decennale per l’Edizione nazionale è alla base del convegno del 2007. La nuova ricerca biografica cominciata nel 1990, l’acquisizione di nuovi documenti riguardanti la vita di Gramsci, la storia del PCI e del comunismo internazionale, i progressi degli studi gramsciani in Italia e all’estero, l’affinamento degli strumenti filologici hanno impegnato le ricerche di un numero cospicuo di studiosi giovani e non più giovani. La dispersione dei documenti negli archivi italiani ed esteri, e la complessità del lavoro dei curatori dei volumi, non ci hanno permesso di procedere più celermente, ma ora che le ricerche sono sostanzialmente ultimate questo sarà possibile. Attraverso la preparazione dell’Edizione nazionale sono cresciuti nuovi studiosi e nuove ricerche. Il complesso dell’esperienza accumulata ci permette di tentare una storicizzazione complessiva dell’opera di Gramsci che nei precedenti convegni non si sarebbe potuta azzardare. Conviene dire dunque qualcosa, in conclusione, dei criteri seguiti nella impostazione del convegno e del modo in cui se ne presentano i risultati.
Nel 2007 si sono svolti decine di convegni dedicati a Gramsci in Italia e nel mondo, a molti dei quali la Fondazione ha partecipato o che ha contribuito a realizzare. Da parte sua non si è limitata a promuovere, in collaborazione con la Fondazione Gramsci di Puglia, il convegno di Bari-Turi, ma ha anche dedicato un impegnativo convegno internazionale all’influenza di Gramsci sui Cultural Studies, Subaltern Studies e Postcolonial Studies promosso insieme alla International Gramsci Society-Italia (Roma, aprile 2007). Gramsci nel suo tempo, invece, è stato riservato ai ricercatori italiani con l’obiettivo di verificare la maturità degli studi gramsciani in rapporto al compito di ricostruire i contesti del suo pensiero, la rete delle sue interazioni e soprattutto il legame tra teoria e biografia. Abbiamo inteso così mettere alla prova la nostra capacità di contribuire a quel compito della cultura italiana di cui abbiamo parlato a proposito dell’Edizione nazionale, e non è un caso che molti degli studiosi che vi partecipano compaiano fra i relatori del convegno. Naturalmente ricostruire i contesti del pensiero e dell’azione di Gramsci richiede la cooperazione di studiosi di varie discipline umanistiche che interagiscono con la sua opera anche quando non ne siano degli “specialisti”. Il limite delle nostre conoscenze e dello spettro dei ricercatori di cui potevamo disporre non ci ha permesso di coprire tutti i tasselli di una figura così poliedrica come quella di Gramsci. Ci pare però di aver compiuto un passo avanti significativo nel porre le basi di una sua biografia di cui la cultura italiana e la comunità scientifica internazionale ancora non dispongono.
Il convegno ha richiesto una lunga preparazione e un lavoro impegnativo di coordinamento delle ricerche e delle giornate in cui sono state presentate. L’ordine in cui vengono raccolte ci sembra migliore di quello seguito durante i lavori del convegno. Inoltre, le relazioni sono state rielaborate dagli autori tenendo conto del confronto sviluppatosi nel convegno e compiendo un encomiabile sforzo per contenere il proprio scritto nei limiti consentiti dal pur ponderoso volume degli atti.
Non spetta a noi valutare i risultati raggiunti; ad ogni modo non possiamo esimerci dal sottolineare che l’insieme delle relazioni costituisce una proposta di biografia politica e intellettuale di Gramsci molto più ricca e scandita – nei temi e nella periodizzazione – di quanto finora non si disponesse. Molte delle ricerche svolte per il convegno prospettano novità di lettura particolarmente significative. Nel complesso ci sembra che l’inquadramento storico più accurato del pensiero di Gramsci si riveli produttivo di innovazioni teoriche molteplici che non riguardano solo l’interpretazione dell’autore, ma sono ricche di suggestioni per la ricerca storica, filosofica e critica in generale. Vale dunque il criterio che quanto più si storicizza il pensiero di un classico, tanto più se ne rigenera la vitalità, aprendo la sua opera a innovazioni euristiche plurali, come è giusto che sia. Perciò sono molto sentiti i ringraziamenti agli studiosi che hanno contribuito al convegno, ai collaboratori dell’apparato tecnico della Fondazione Istituto Gramsci e della Fondazione Gramsci di Puglia, e alla Regione Puglia che, grazie alla sensibilità del presidente Nichi Vendola e dell’assessore alla Cultura e al Mediterraneo Silvia Godelli – peraltro valorosi intellettuali di formazione gramsciana, oltre che politici –, ci ha consentito di realizzarlo. Il ringraziamento che rivolgiamo loro è ancora più sentito in quanto ci hanno permesso di svolgere il convegno anche nella cittadina in cui Gramsci, recluso, concepì e scrisse la maggior parte dei quaderni e delle lettere dal carcere.
Fra coloro che avevano aderito con entusiasmo all’iniziativa c’era Giorgio Sola, studioso di scienza politica finissimo, che avrebbe dovuto svolgere una relazione sui rapporti di Gramsci con l’elitismo, ma venne a mancare pochi mesi prima del convegno. Era stato un interlocutore sensibile dei nostri studi gramsciani e uno dei pochi politologi italiani che avesse Gramsci nel proprio bagaglio teorico e culturale. Inoltre era un amico, sobrio e riservato, ma intensamente partecipe della comune passione etico-civile. Lo ricordammo brevemente in apertura del convegno e lo ricordiamo ancora dedicandogli la pubblicazione degli atti.