Emilio Sereni. Lettere (1945-1956)

a cura di Emanuele Bernardi, premessa di Luisa Mangoni
Soveria Mannelli, Rubbettino 2011
pp. 463, € 22,00 | 9788849831726

 

 

 

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Indice

Luisa Mangoni, Prefazione
Emanuele Bernardi, Introduzione
Invito alla lettura: una selezione dell’epistolario di Emilio Sereni (1945-1956)
Nota redazionale
1945 / 1946 / 1947 / 1948 / 1949 / 1950 / 1951 / 1952 / 1953 / 1954 / 1955 / 1956
Appendice. Lettere familiari
Emilio Sereni, comunista. Note per una biografia di Giorgio Vecchio italiano (1961)


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Prefazione
di Luisa Mangoni
Militante e dirigente del Pci; membro del Comitato Centrale e della Direzione dal gennaio 1946 e, dal febbraio dello stesso anno, responsabile per il Mezzogiorno; eletto alla Costituente e da allora costantemente presente nel Parlamento italiano; ministro dell’Assistenza postbellica e poi dei Lavori Pubblici nel secondo e terzo governo De Gasperi; studioso e interprete della storia dell’agricoltura italiana, pensata come una delle possibili strade per intendere lo svolgersi della storia dell’Italia unita; convinto assertore del ruolo dell’Urss come guida del movimento comunista internazionale e conseguentemente strenuo difensore del suo primato culturale; occhiuto e aggressivo responsabile, dal gennaio 1948 all’aprile 1951, della Commissione culturale del Pci e intensamente impegnato negli stessi anni a promuovere in Italia il movimento dei Partigiani della pace, Emilio Sereni sembra impersonare una condizione politica e culturale che non lo differenzia da gran parte della classe dirigente comunista italiana di quegli anni, se non forse nei termini estremi in cui in lui si manifestava.
Ma un altro elemento potrebbe contraddistinguerlo: la lucida consapevolezza di cosa l’intreccio di tutti questi elementi significasse. Il 2 marzo 1949, nel replicare ai dubbi della casa editrice Einaudi circa la pubblicazione di una sua raccolta di saggi, Scienza marxismo cultura, testi in cui si rifletteva proprio la sua attività di responsabile della Commissione culturale e che toccavano i più vari argomenti, Sereni sottolineava la esplicita «intenzione» e l’implicito «giudizio sulla cultura» che la raccolta da lui proposta implicava. Una intenzione e un giudizio che intendevano avere l’effetto di un «pugno nello stomaco »1.
Era peraltro lo stesso Sereni che pochi mesi dopo, il 19 gennaio 19502, nell’accettare la proposta di scrivere, per la Piccola Biblioteca Scientifico-letteraria, sempre di Einaudi, una storia dell’agricoltura, ricordava il suo impegno da anni per un volume, Città e campagna nell’Italia antica, incentrato soprattutto sulla Liguria preromana, costruito su materiali «storici, linguistici, archeologici, epigrafici », e quanto questo lavoro di ricerca avesse implicato per lui ripensamenti di quella storia dell’agricoltura italiana, in epoche più recenti, che negli ultimi 15-20 anni aveva accompagnato ed era stata parte integrante del suo lavoro politico.
Nel titolo che Sereni proponeva per il libro richiestogli, Breve storia dell’agricoltura e dei contadini d’Italia, si innestavano inoltre anche le ricerche di «materiale filologico o folcloristico» che era andato svolgendo sui canti popolari, riletti pionieristicamente come «fonte di storia»: «si tratta di una storia del popolo italiano (dell’Italiano Qualunque) nei suoi canti. Si tratta di mostrare in maniera viva che l’Italiano Qualunque non è un Uomo Qualunque, che è un uomo che non è stato solo oppresso e sfruttato, che non ha detto soltanto “Franza o Spagna purché se magna”, ma ha lottato e combattuto»3. Era, ancora, il Sereni che nell’ottobre 1951 offriva infine il suo Comunità rurali dell’Italia antica, opera di «ricerca erudita» che gli stava particolarmente a cuore, sottolineandone ancora una volta il legame, non solo «soggettivo e personale», con la Breve storia dell’agricoltura4.
Filoni che venivano quasi naturalmente a congiungersi nel famoso volume sul paesaggio agrario, che Einaudi avrebbe dovuto pubblicare nel 1955 e che sarebbe apparso solo nel 1961 per i tipi di Laterza. In esso si presupponeva il riferimento a Les caractères originaux de l’histoire rurale française di Marc Bloch e si rileggeva il paesaggio agrario come prodotto dell’uomo, svolgimento delle forme antiche dovuto all’azione operosa di quei contadini italiani di cui Sereni avrebbe voluto comporre le molteplici storie: ancora il filo unitario che connetteva la sua riflessione di storico e, insieme, una delle intime matrici di una ormai trentennale scelta politica.
Sono questi i lineamenti compositi che questa scelta di lettere intende mettere in evidenza, sia pure necessariamente per rapidi scorci. Quello che si propone al lettore non è solo un significativo contributo alla valorizzazione dell’imponente patrimonio documentario custodito dalla Fondazione Gramsci. È anche il presentare, senza reticenze, una figura che, nella già complessa genealogia del Partito comunista, per le sue peculiari contraddizioni ha spesso destato un senso di disagio. Un invito alla riflessione sul passato, accompagnato dalla implicita considerazione che non si possono selezionare a ritroso i propri ascendenti né occultare parti della propria storia: ancor più che opportuno, è doveroso comprenderne le vicende in quello che ebbero di comune e in ciò che fu proprio ad ognuno di essi. La selezione delle lettere, su un arco cronologico che va dal 1945 al 1956, almeno nel termine a quo rispecchia comunque i limiti del materiale documentario conservato al Gramsci. Sono state però inserite alla fine alcune lettere personali che, pur risalenti a quegli stessi anni, impongono di spingere lo sguardo più indietro nel tempo. Il 1° novembre 1945, alla madre e alla sorella in Palestina, Sereni scriveva a proposito della morte del fratello Enzo: «qualcosa, davvero, si è rotto dentro, non un’altra cosa, ma tutta una parte di me stesso […]. Si è rotta tutta la mia vita, si è rotta come la mia gioventù»5. Tuttavia c’era stata un’altra rottura che nel settembre 1928 aveva diviso irreparabilmente la storia dei due fratelli, quando Emilio Sereni, nel comunicare a Enzo la sua decisione definitiva di non raggiungerlo più in Palestina, aveva usato, sia pure tra virgolette, un vocabolo rivelatore: «Naturalmente, anche a me dispiace molto il non poter più collaborare con te, e l’averti dovuto “tradire” in quelli che erano i nostri comuni piani»6.
La scelta per il comunismo, il distacco dal sionismo facevano venir meno già allora quell’unità di intenti cementata da una sorta di simbiosi che andava oltre l’essere fratelli7. Le due precedenti lettere di Enzo Sereni, dell’8 dicembre 1927 e del 4 febbraio 1928, le ultime di questo scambio, erano firmate non con il familiare Enzo o Chaim, ma per intero «Enzo Sereni»8. La lettera di Emilio del 4 settembre 1928, quella in cui comunicava la sua scelta definitiva, era firmata invece Uriel Sereni, e il nome, prescelto al tempo dell’opzione comune con il fratello per il sionismo attivo, e il cognome sembravano elidersi a vicenda, a confermare un’immagine ormai dimidiata che lo stesso Emilio Sereni doveva avere di sé.
A questa lettera Enzo Sereni non rispose, ma se si vuole, una risposta si trova altrove. Nel 1931 in una delle sue corrispondenze dalla Germania9, Enzo Sereni descriveva il quadro per lui desolante di una presenza ebraica, diffusa ormai in ogni strato della società, la cui assimilazione era avvenuta al prezzo «dell’annullamento delle qualità interiori»: «ebrei in dissolvimento» nella cui vita gli sembrava di cogliere tutto «il sapore amaro della diaspora». E ripensando agli anni dell’immediato dopoguerra, alla stagione «eroica» del sionismo in Germania, si soffermava su quei «perpetui cercatori» che dal sionismo erano passati al comunismo, sostituendo «? ad usum temporis – il pathos rivoluzionario vero del sionismo, che consiste nella formazione di un nuovo ebreo, con le scorie postbelliche, pseudomessianiche»: una «assimilazione rossa», dunque, che si era rivelata uno degli ostacoli più insidiosi per il sionismo stesso, col creare in molti «l’impressione che il sionismo non possegga pathos rivoluzionario e creatore in genere»10.
Difficile pensare che dietro queste parole non si proiettasse l’ombra di un’altra stagione, quella del sionismo italiano tra il 1924 e il 1928, e della appassionata discussione epistolare che lo aveva visto confrontarsi con il fratello Emilio. La scelta per il sionismo militante era stata allora una scelta «per non morire», fondata sulla radicale convinzione che fuori dalla Palestina non ci fosse «salvezza per la vita ebraica»11. L’abbandono di quella opzione che per sette anni aveva segnato la vita e le scelte dei fratelli Sereni, non poteva che avvenire, come sembra aver colto Enzo Sereni nel 1931, in nome di un analogo «pathos rivoluzionario» e messianico: quello che Emilio Sereni rivolse al comunismo con uno spirito di totale sacrificio, la cui portata può essere colta solo dalla tragica testimonianza rappresentata dalle memorie postume della moglie12.
Verrebbe da aggiungere che l’identificazione con la nuova causa doveva essere tanto più totale quanto più il sottinteso del «tradimento» del progetto in comune col fratello lo imponeva; e imponeva, si vorrebbe dire, la quasi impossibilità di mettere in discussione ciò che, se si fosse rivelato errato, avrebbe reso quel tradimento insopportabile per chi lo aveva consapevolmente compiuto. E del resto, quando ancora era l’altra metà di Emilio, Enzo aveva osservato che il suo «ortodossismo» gli sembrava «una “precauzione contro se stesso” che è ottima cosa per il peccatore convertito che, raggiunta una volta la verità pone “siepi intorno alla legge” per non correre il pericolo di ricadere in tentazione»13. E vale la pena ricordare la lettera, immediatamente successiva alla liberazione dal carcere, indirizzata da Emilio Sereni alla cognata Ada. Vi si può cogliere, anche se sembra strano a dirsi, quasi un senso di leggerezza, come se il prezzo che egli stava pagando per la sua scelta comunista la autenticasse: non una diserzione la sua, ma una lotta diversa in nome di una scelta che comportava costi altrettanto alti14, addirittura più alti e imprevisti.
La diffidenza e la delazione di compagni di partito dovuta anche a rapporti familiari di Sereni, come quello con Eugenio Colorni e soprattutto con la suocera Xenia Silberberg, con le conseguenze di rischio personale e di isolamento e condanna fu certo una esperienza sconvolgente: investiva fra l’altro proprio la persona che lo aveva particolarmente attratto e suggestionato, come egli stesso avrebbe riconosciuto nel 1957 alla morte di Xenia Silberberg. Pur con qualche residua riserva, Emilio Sereni ammetteva di doverle «una influenza decisiva e risolutiva a tutto l’orientamento della mia vita», avendolo avvicinato a quello che Lenin chiamava «lo slancio romantico del rivoluzionario russo», e al quale egli giustamente attribuiva un’importanza così decisiva nella funzione d’avanguardia del Partito bolscevico. Per me, allora, ed a tutt’oggi, la mamma di Xenia fu come l’incarnazione vivente di questo «slancio romantico del rivoluzionario russo»15.
Accettare e superare queste vicende, ancora in parte da indagare16, che tanto improntarono le ragioni stesse della sua militanza, fu per Sereni un’esperienza forse ancor più drammatica e dolorosa dell’arresto da parte dei fascisti nel giugno del 1943, della tortura, della condanna a morte. Vanno rilette con attenzione, a questo proposito, le pagine della introduzione di David Bidussa alle lettere fra Enzo ed Emilio Sereni, in particolare l’analisi colma di implicazioni che egli propone dell’intervento di Sereni su «Paese Sera» a proposito del film di Citto Maselli, Il sospetto. Sereni aveva scritto il 15 marzo 1975: Chi ha vissuto in quella illegalità non esiterà, d’altronde, a riconoscere, nel film di Maselli, l’assenza di ogni esagerazione o deformazione in proposito. Ed i criteri di stretta funzionalità ed essenzialità espressiva che caratterizzano quest’opera valgono a sottolinearne – insieme con la validità artistica – il notevole valore documentario.
Bidussa commenta:
L’eroismo è scomparso e rimane solo la dimensione del sospetto […]. Se il film è ambientato nel 1934 è probabile invece che Sereni lo abbia mentalmente collocato nel 1938, quando anch’egli si è trovato sospettato in una rete che allora gli sembrava plausibile e che ora si domanda se ne valeva o meno la pena17.
Nello stesso anno, il 13 maggio 1975, Einaudi scrisse a Sereni: La memorialistica comunista sta mostrando la ricchezza e il valore di molte testimonianze personali su fatti e avvenimenti ormai «storici» e tuttavia ancora operanti attraverso conseguenze e sviluppi successivi. Sono certo che tu pure avresti molto da dire, non tanto per arricchire un’aneddotica interessante, ma di scarso significato, quanto per dare un contributo alla conoscenza del passato, che non può essere consegnato, per troppe ragioni agli archivi. Vuoi riflettere su questa tua possibilità di «memorialista » e dirmi che cosa ne pensi18?. Non mi risulta una risposta. Forse Sereni stesso avrebbe avuto qualche difficoltà, negli ultimi anni di solitudine e amarezza, a ricomporre una memoria unitaria del suo frastagliato passato.

 

Il volume è stato realizzato grazie al contributo del Ministero per i beni e le attività culturali