INDICE 1985-2009

a cura di Benedetta Garzarelli e Alexander Hobel, premessa di Francesco Barbagallo
Roma, Carocci 2010
pp. 110, € 9,00 | 9788843055692

 

 

 

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Indice
Premessa di Francesco Barbagallo
Nota introduttiva di Benedetta Garzarelli
Indice cronologico
Indice degli autori
Indice tematico


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Premessa
di Francesco Barbagallo
«Studi Storici» compie cinquant’anni. La sua storia s’intreccia, non a caso, con gli anniversari dell’Unità italiana: un secolo, un secolo e mezzo. Ripercorrere e riassumere il lavoro svolto c’è parso, un quarto di secolo fa, e ci pare ancora oggi il modo più utile per fare qualche bilancio e aggiornare i progetti. Perciò un secondo indice, che completa un lavoro storiografico sviluppatosi lungo mezzo secolo.
L’indice del primo venticinquennio fu arricchito da un saggio del fondatore, Gastone Manacorda, che ricostruì le vicende politico-culturali della «Nascita di una rivista di tendenza». «Studi Storici» è nata come «Rivista trimestrale dell’Istituto Gramsci» e tale è ancora oggi. Ma tutto è cambiato intorno. Chi scrive diventò direttore della rivista nel 1983, dopo le dimissioni di Rosario Villari, quando l’Istituto Gramsci era ancora una sezione di lavoro del comitato centrale del Pci. Soltanto l’anno dopo, nel 1984, alla presenza di un sorridente Enrico Berlinguer, l’Istituto Gramsci si trasformò in Fondazione, con una più ampia autonomia politico-culturale. Il Pci era il socio fondatore e nella nuova Fondazione manteneva la preziosa documentazione dei suoi archivi e delle carte gramsciane.
La scelta del nuovo direttore della rivista era compiuta dal direttore dell’Istituto Gramsci, Aldo Schiavone, che due anni prima l’aveva già nominato responsabile della ripristinata sezione storica dell’Istituto. Furono d’accordo l’ultimo direttore Villari e, con particolare convinzione, il fondatore Manacorda, oltre agli storici raccolti nella sezione dell’Istituto. Naturalmente c’era il beneplacito del responsabile culturale del Pci, Aldo Tortorella, che confermava il consenso già espresso due anni prima.
La direzione fu completamente rinnovata, con esperti, giovani esponenti dei diversi settori storiografici, al fine di consolidare ed espandere il carattere di rivista di storia generale. Anche il comitato scientifico fu rinnovato, ma confermarono la loro autorevole presenza nel segno di una costruttiva continuità i precedenti direttori della rivista, con la temporanea eccezione di Renato Zangheri, fin quando fu molto impegnato nell”attività amministrativa e politica. Un primo segno di continuità fu il numero doppio dedicato a Marx, nel centenario della sua scomparsa, alla fine del 1983. La rivista, che mai era stata ideologica e restava di «tendenza» gramsciana, si sforzava di mantenere sempre alto il livello scientifico dei suoi contributi storiografici e di confrontarsi con i diversi orientamenti e specialismi.
Giuseppe Ricuperati, che partecipò alla nuova direzioni «Studi Storici», ha ricordato che «Venturi, bonariamente, poteva osservare di non capire tanto la nuova direzione di “Studi Storici”, che qualche volta somigliava a “Quaderni Storici” e qualche volta alla “Rivista storica”», in effetti, chi scrive aveva pubblicato il suo primo scritto settecentesco sulla «Rivista storna italiana” godendo di alcuni colloqui orientativi con Franco Venturi nelle sale della Società napoletana di storia patria.
Nel 1988 avviammo il progetto di una storia dell’Italia repubblicana sembrandoci strano che proprio storici d’ispirazione gramsciana non curassero di affrontare il problema, fino allora inevaso, di stimolare la ricerca sull’ultimo quarantennio della storia d’Italia Il nuovo direttore della Fondazione Istituto Gramsci, Giuseppe Vacca, e il responsabile culturale del Pci, Giuseppe Chiarante, sostennero con entusiasmo questa idea e la sua complessa realizzazione. A conferma dell’importanza del caso nella storia, improvvisamente il tempo cominciò a correre più in fretta. Mentre si susseguivano seminari preparatori e confronti metodologici e tematici sulla storia della Repubblica, finiva la guerra fredda, cadeva il muro di Berlino, si procedeva verso la scomparsa del Pci e la fine del comunismo sovietico e del mondo bipolare. Per fortuna la diversità di opinioni di fronte a questi eventi di portata epocale non produsse una crisi nella rivista e non incise sulla realizzazione del progetto in corso. Anzi, come disse allora Franco De Felice, gli sconvolgimenti nel mondo e in Italia confermavano la tempestività e l’utilità dell’iniziativa, di cui apparivano «aumentate le ragioni».
Altro caso inatteso, e solo storiograficamente fortunato, fu la pubblicazione del primo volume dell’opera nella primavera del 1994, quando fu certificata, sul piano istituzionale, la conclusione della prima fase della storia repubblicana. Era addirittura il processo storico in atto a consegnarci il termine «ad quem» dell’impresa. Nessuno però degli studiosi stretti intorno MSI GT70 2OC-025FR AC Adapter alla rivista pensò, né allora né poi, che fosse finita la prima Repubblica e iniziata la seconda. La Repubblica italiana si era fondata sulla Costituzione democratica promulgata il 1° gennaio 1948 e tale restava. Non poteva iniziare una seconda Repubblica, per la semplice ragione che non veniva promulgata una seconda Costituzione. Né cambiava la forma di governo, vista la prolungata incapacità a realizzare le propagandate riforme istituzionali. I meccanismi elettorali si, sarebbero cambiati spesso.
Si dissolveva così il sistema politico e scomparivano i partiti già protagonisti nel primo mezzo secolo di storia repubblicana. Si apriva una nuova epoca, con altri protagonisti e con differenti prospettive, più confuse che chiare, che avrebbero presto portato a valutare con più attenzione e con maggiori riconoscimenti la precedente fase storica.
Tra un millennio e l’altro avanzava, nel mondo, il processo di personalizzazione e spettacolarizzazione della politica: in Italia, patria della commedia dell’arte, assumeva tratti di particolare originalità. L’eliminazione, insieme alle ideologie, degli ideali di rinnovamento degli assetti sociali e delle strutture culturali diffuse mediante un’azione politica di elevato respiro lasciava il campo a pratiche più riduttive, oscillanti tra mercato e spettacolo.
Al principio della storia repubblicana, pur tra enormi difficoltà e conflitti, l’Italia era riuscita a superare la disfatta nazionale provocata dal fascismo e dalla guerra e a trasformarsi in una potenza industriale. Nel XXI secolo l’Italia non riesce a tenere il passo con i grandi processi di trasformazione in atto nel mondo, che coinvolgono positivamente grandi paesi in Asia e in America Latina e avviano finalmente forme di sviluppo anche in Africa. L’Italia si appresta a ricordare i 150 anni della sua unità nazionale in condizioni molto diverse e non certo migliori del precedente centenario del 1961. Insieme alla politica, anche la storia non sembra godere di particolare fortuna. Passato e futuro cedono il passo a un presente che rischia di essere sempre meno comprensibile, privo di queste due necessarie proiezioni, all’indietro e in avanti.
Perciò ci sembra ancora più utile oggi il lavoro storiografico, per cercare di capire almeno qualcosa di quanto ci circonda e ci condiziona. L’accelerazione del tempo e la diffusione dei processi di trasformazione, in questa «età della informazione» e del «capitalismo informazionale» ben definiti da Manuel Castells, non possono vivere di solo presente. La storiografia resta un buon antidoto alle illusioni panglossiane di novelli Candide.
Per quanto ci riguarda, come rivista, siamo contenti di aver compiuto cinquantanni e di aver mantenuto, come disse una volta Enrico Berlinguer, gli ideali di quando eravamo giovani. Intanto festeggiamo con questo indice e con l’inserimento delle annate di «Studi Storici» nel grande archivio digitale di periodici Jstor.