LA SCOPERTA DELLA DESTRA

IL MOVIMENTO SOCIALE ITALIANO E GLI STATI UNITI
Gregorio Sorgonà
Viella, Roma 2019 pp. 223, € 25,00 | 9788833130439
PUBBLICAZIONE REALIZZATA CON IL CONTRIBUTO DELLA FONDAZIONE

 

 

 

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Indice

Introduzione, 7
Dalle origini agli anni Settanta, 15
1. La scelta atlantica, 16
2. L’elezione di Richard Nixon, 27
3. «Un nemico da battere in piazza perché lo si possa battere in Parlamento», 37
4. La Destra nazionale e la distensione internazionale, 47
5. Salse cilene e colonnelli greci, 57
6. Divisi sul Kippur, 66
7. Annibale alle porte. Il Pci avanza, il Msi si scinde, 70
8. La fine della distensione, 78
9. «Linea» e «Dissenso», 88
10. Il Msi e la cultura americana. Dal rifiuto a una circospetta attenzione, 92
L’età della frattura (1980-1991), 107
1. Tra Evola e Hollywood, 109
2. L’ascesa di una nuova destra, 123
3. Senza il nemico, 145
4. Sigonella, 150
5. L’isolamento in questione, 155
6. Il congresso di Sorrento, 165
7. Il crollo del socialismo reale, 175
8. Oltre l’equilibrio bipolare, 183
Epilogo. Dal Msi ad Alleanza Nazionale, 193
Bibliografia, 207
Indice dei nomi, 215


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In breve

Il Movimento sociale italiano e gli Stati Uniti Prendendo come punto di osservazione la rappresentazione della politica statunitense durante la guerra fredda e negli anni immediatamente successivi alla sua fine, questo volume ricostruisce la storia del Movimento sociale italiano, indagando anche come il Msi abbia accolto la cultura americana veicolata attraverso il cinema, la musica e i mezzi di comunicazione di massa. Giovandosi di documentazione archivistica, sono così ricostruiti anche gli sporadici e infruttuosi tentativi operati dai dirigenti del partito per istituire rapporti con la politica statunitense. Attraverso lo specchio americano, il libro restituisce continuità, discontinuità e differenziazioni della cultura politica del Msi dalle origini alla nascita di Alleanza Nazionale. Gregorio Sorgonà collabora all’attività scientifica della Fondazione Gramsci ed è il Segretario del suo Consiglio di indirizzo scientifico. I suoi studi sono concentrati prevalentemente sulla storia d’Italia in età repubblicana .


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Introduzione

Il volume ricostruisce il modo in cui il Movimento sociale italiano ha discusso il ruolo degli Stati Uniti nel mondo bipolare, tematizzando le ripercussioni della guerra fredda e in particolare della politica internazionale statunitense sulla storia del Msi. Inoltre, nel testo è dedicata una particolare attenzione alla reazione del partito a uno degli aspetti peculiari della presenza americana nel mondo postbellico, ossia l’offerta culturale veicolata attraverso il cinema, la musica e i mezzi di comunicazione di massa. Su questo argomento si soffermano due paragrafi specifici: uno, a chiusura del primo capitolo, tratta il tema dalle origini del Msi fino agli anni Settanta; l’altro introduce il secondo capitolo ed è dedicato agli anni Ottanta. Le fonti utilizzate sono prevalentemente quelle offerte dalla pubblicistica missina, forse l’ambito principale in cui si sviluppano il dibattito del partito e lo scontro tra le sue correnti. La ricostruzione si giova inoltre di documentazione di carattere archivistico, divenuta meno lacunosa negli ultimi anni, o proveniente dall’attività parlamentare del partito. L’interdipendenza tra storia nazionale e internazionale è un carattere costitutivo dell’età contemporanea, in particolare del periodo che si apre dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, le superpotenze intorno alle quali si definiscono i due schieramenti contrapposti dalla guerra fredda, sono espressione di concezioni alternative della modernità, per quanto la competizione sia sui generis e squilibrata a favore della “modernizzazione americana”.1 La cifra di quest’ultima si può cogliere in una concezione pluralistica della democrazia, nell’espansione internazionale dei mercati, nella diffusione di usi e costumi veicolati dall’industria e dalle comunicazioni di massa e di tecniche e di rapporti di produzione sperimentati per primi negli Stati Uniti. La divisione del mondo in blocchi ridefinisce lo spazio della legittimazione dei partiti politici, sempre meno confinabile allo Stato nazione. Nel caso italiano l’interazione tra legittimazione al governo e appartenenza di campo è un dato essenziale, per quanto diversamente declinato, della storia repubblicana. La ragione di questa peculiarità è più che nota: i partiti che prendono parte alla stagione costituente non godono tutti della stessa legittimazione perché le sinistre di matrice marxista non aderiscono alla lealtà internazionale dell’Italia allo schieramento occidentale. L’esclusione non si risolve in una contrapposizione frontale poiché la lealtà alla Costituzione e al modello di democrazia condensato in quel testo impedisce che lo scontro degeneri assumendo le forme della guerra civile. Il caso italiano rivela perciò come le lealtà nazionali e internazionali non determinino una meccanica contrapposizione tra schieramenti, ma diano vita semmai a rapporti d’interdipendenza, a geometria variabile, che mutano di intensità a seconda dei periodi storici. Non a caso per inquadrare le vicende dei partiti di massa in età repubblicana si è parlato di relazioni di doppia lealtà: lealtà alla propria nazione e al proprio schieramento internazionale.2 La categoria è particolarmente adeguata per descrivere le condizioni di agibilità concesse al principale partito di opposizione, il Partito comunista italiano, scisso tra la legittimazione che gli proviene dall’aver contribuito a sconfiggere il fascismo e a costruire la democrazia repubblicana e l’esclusione dal governo del paese, determinata dalla sua fedeltà all’Urss. Ma anche la Democrazia cristiana, il partito perno delle coalizioni governative fino al 1992, definisce la sua azione nazionale all’interno di un quadro di lealtà internazionali, per quanto più flessibili rispetto a quelle nelle quali si trova ad agire il Pci.3 Il nodo della legittimazione potrebbe sembrare di poco rilievo per il Msi, un partito impegnato più a sopravvivere che a porsi il problema di governare. Il Msi nasce in contrapposizione al patto costituzionale su cui si fonda la Repubblica e a lungo la sua esclusione dall’area del governo è ancora più irreversibile di quella delle sinistre di ispirazione marxista, tanto che fino al 1994 sarà impensabile che una maggioranza parlamentare possa reggersi sui suoi voti, come dimostreranno in particolare le vicende legate al governo Tambroni. Inoltre, il partito si pone il problema della legittimità a governare solo in alcuni frangenti estemporanei della sua esistenza, tra l’altro circoscrivibili all’interno di un arco cronologico esteso dagli anni Cinquanta ai primi Settanta, senza mai trovare sponde significative al di fuori del proprio mondo. I primi e a lungo più influenti studi sul Msi hanno evidenziato questa innegabile condizione di marginalità del partito, e lo hanno descritto come pressoché intangibile dalle vicende sviluppatesi all’esterno del suo involucro, nazionali o internazionali che fossero. In linea di massima, questa letteratura ha enfatizzato la dimensione comunitaria del partito e ha tematizzato la separazione della storia della destra in età repubblicana da quella della nazione, «come se si trattasse di una historia minor rispetto alla grande storia d’Italia».4 Polo escluso è la nota formula che Piero Ignazi ha coniato per riassumere la vocazione all’isolamento del Msi;5 nella ricostruzione offerta da Marco Tarchi, la nostalgia del fascismo è la condizione che emargina il Msi dal proprio tempo.6 A giudicare da queste riflessioni sembrerebbe, insomma, che l’unica lealtà possibile per il Msi sia stata quella verso il proprio passato. L’ipotesi di questo volume, invece, è che la storia del Msi non sia del tutto comprensibile se collocata al di fuori del proprio tempo e, in particolare, al di fuori del processo di mondializzazione della politica che segue la fine della Seconda guerra mondiale. Quest’ultima dinamica fa emergere un peculiare reticolo di lealtà in cui il Msi si muove. All’interno del partito esistono istanze neofasciste, nazionaliste e anticomuniste. Attorno a questi principi di riferimento si snoda la controversa trama dell’identità e della politica missina. L’ispirazione nazionalista convive con un anticomunismo disponibile anche a una drastica limitazione della sovranità nazionale, nel caso essa serva a impedire lo scivolamento a sinistra del paese. Al tempo stesso, l’istanza neofascista collide con quella anticomunista, poiché la prima contribuisce alla delegittimazione dell’esistenza del Msi nel sistema politico italiano, mentre la seconda è corroborata anche per ottenere una piena legittimazione nazionale che discenda a cascata dalla scelta di campo internazionale. Inoltre, la tipologia di anticomunismo che si afferma nel partito è inconciliabile con l’anticomunismo liberaldemocratico, egemonico nei paesi occidentali dopo la fine della Seconda guerra mondiale. L’attrito tra nazionalismo e anticomunismo è evidente nella fase turbolenta delle origini, caratterizzata dall’idea che il partito debba incarnare una terza via alternativa tra Est e Ovest oltre che tra comunismo e capitalismo. Come riconosciuto da un’ampia letteratura sul tema, il Msi non si identifica alle sue origini nel cleavage destra/sinistra, sebbene nel ristretto gruppo di fondatori del partito siano prevalenti le posizioni che lo vogliono collocare saldamente nel primo dei due versanti.7 L’anticomunismo e la fidelizzazione allo schieramento atlantico, pur in una posizione marginale, servono a sciogliere questa ambiguità e contribuiscono alla progressiva emarginazione delle componenti contrarie alla “normalizzazione reazionaria” del Msi, che sarà sperimentata attraverso una strategia delle alleanze politiche orientata prevalentemente verso la destra monarchica.8 Si può parlare perciò di una “scoperta della destra” tematizzando il modo in cui la politica internazionale e la scelta anticomunista influiscono sul Msi, favorendo prima l’isolamento e poi l’espunzione delle posizioni in gran parte eredi della sinistra fascista. Nella retorica e nella propaganda del partito rimarranno echi di questa “terza via”, ma in forma subalterna rispetto alla reale collocazione nazionale e internazionale del Msi. Superata la fase che si conclude approssimativamente nella prima metà degli anni Cinquanta, il Msi auspicherà una ridefinizione della politica internazionale sulla base di un anticomunismo aggressivo nell’ambito delle relazioni internazionali e conservatore in quello dei rapporti sociali. Le istanze di legittimazione internazionale del Msi si nutriranno perciò di un wishful thinking reazionario e anti-antifascista che guarderà con attenzione alla destra del Partito repubblicano. Il Msi aspirerà perciò ad avere uno schieramento internazionale a cui poter essere pienamente fedele, ritenendo quello vigente eccessivamente arrendevole verso il movimento comunista, la sua penetrazione in Occidente e nei paesi ex coloniali.
Gli studi sul Msi e la politica internazionale hanno evidenziato il nesso tra scelta atlantica e identificazione a destra del partito, ma non sono andati oltre il periodo che va dalle origini del Msi alla fine degli anni Cinquanta. Limitandoci agli anni Sessanta, sono perciò rimaste poco o nulla indagate le ripercussioni sul partito di eventi e fenomeni quali l’elezione di John Fitzgerald Kennedy e la parabola della sua presidenza, la candidatura di Barry Goldwater alle primarie del Partito repubblicano del 1964, l’elezione di Richard Nixon alla presidenza degli Stati Uniti nel 1968. Durante la campagna presidenziale di Nixon, tra l’altro, Franco Maria Servello e Raffaele Delfino, due importanti dirigenti nazionali del Msi, contribuiscono, come vedremo, alla mobilitazione per il voto al candidato repubblicano nella comunità italoamericana. La vicenda avrà un’appendice dopo l’elezione, quando i due dirigenti cercheranno vanamente di accreditarsi presso l’entourage del neopresidente. Il tentativo di approccio confermerà da un lato l’aspirazione ad ottenere una piena legittimazione in virtù del proprio anticomunismo, dall’altro come questo desiderio sia frustrato dal peso preponderante delle resistenze a una normalizzazione “afascista” del Msi. La politica della distensione, inaugurata dalla presidenza Nixon, si riverbera anch’essa sulla storia del Msi e acuisce il contrasto tra i nostalgici del fascismo e i fautori di una destra postfascista. Lo scontro sfocerà nel 1976 nella scissione di Democrazia nazionale, voluta dalla componente del Msi convinta di poter utilizzare l’anticomunismo nazionale e internazionale come forma di legittimazione del partito. La scissione rompe l’equilibrio tra le tre correnti che avevano caratterizzato l’esistenza del Msi: i nostalgici del fascismo, guidati da Giorgio Almirante; gli antimoderni, riuniti attorno a Rauti; i “politici”, identificabili con i sostenitori della svolta a destra del Msi negli anni Cinquanta e che nutrono fino alla fine degli anni Settanta l’ambizione di trasformare il partito in una forza di governo. Il periodo storico che si apre con la conclusione di questo decennio è segnato dall’ascesa della destra neoliberale incarnata da figure quali Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Negli stessi anni il Msi sembrerebbe giungere al massimo del suo isolamento all’interno del sistema politico nazionale,9 elevando a strategia di sopravvivenza la nostalgia per il fascismo di matrice almirantiana. L’impatto della storia internazionale sulla cultura politica missina può essere utile per rivedere questo quadro interpretativo immobilistico.
L’affermazione della Thatcher e quella di Reagan incrinano l’equilibrio tra le superpotenze e propongono inoltre un modello di governo che mette in discussione il compromesso riformatore tra capitale e lavoro alla base delle democrazie europee postbelliche.10 Negli stessi anni in Italia si assiste alla crisi di lessici e pratiche politiche orientate prevalentemente a sinistra,11 per quanto sia assente una destra capace di raccogliere i frutti di questo mutamento. Tuttavia, l’ipotesi avanzata da questo volume è che l’ascesa del reaganismo non passi invano per la destra italiana, compresa quella di origine neofascista. La recrudescenza della guerra fredda, il rafforzamento del potere esecutivo, la messa in discussione dell’intervento pubblico in economia, la critica alla fiscalità progressiva, la “tolleranza zero” verso il crimine, l’indebolimento dell’orizzontalità dei processi decisionali nei partiti a favore di una verticalizzazione che premi la leadership, sono dei temi affermati nell’agenda pubblica dalla destra neoliberale e che vengono ripresi e declinati in chiave italiana anche dentro il Msi. Tra il 1988 e il 1991, in corrispondenza della fine del conflitto bipolare, lo scontro per la guida del partito, conclusosi con la vittoria di Gianfranco Fini su Pino Rauti e la sua corrente, ruoterà anche attorno a questi argomenti. Negli anni successivi, tra il 1991 e il 1993, il partito non rinuncerà al proprio retaggio neofascista, ma al tempo stesso adotterà – traducendoli nei propri codici – temi e lessici in linea con quelli proposti con successo dalla destra neoliberale dal 1978. Dal 1994 i vertici del partito ridurranno i richiami diretti al fascismo, quasi fino a farli sparire. Inoltre, nella prima metà degli anni Novanta il Msi rivedrà la propria concezione della politica internazionale, orientandola non più lungo l’asse anticomunismo/comunismo, bensì all’interno di una dicotomia destra/sinistra, utilizzando la quale il partito si riconoscerà spesso nelle posizioni del Partito repubblicano. Queste scelte saranno effettuate nell’ottica della partecipazione alla coalizione che Silvio Berlusconi porterà alla vittoria il 27 marzo 1994, con un programma di governo in gran parte debitore della svolta neoliberale realizzatasi alla fine degli anni Settanta. La confluenza del Msi nell’alleanza di centrodestra avverrà prevalentemente in una condizione di subalternità rispetto alle posizioni veicolate nel discorso pubblico da Forza Italia. Tuttavia, l’innesto di queste tematiche si rifletterà sulla nascita di Alleanza Nazionale, termine ad quem della nostra ricostruzione, che darà vita a una koiné di destre dalla diversa estrazione, ma quasi del tutto mondata dal riferimento nostalgico al fascismo e alla dottrina sociale corporativa. Scrivendo questo volume ho contratto un debito di riconoscenza con numerosi studiosi. Alessandra Tarquini ha creduto nell’idea che è alla base del libro, ha discusso con me la sua struttura e mi ha aiutato a dargli forma. Sono grato a Luigi Ambrosi, Giorgio Caredda, Lucia Ceci, Michele Di Donato, Marco Di Maggio, Umberto Gentiloni Silveri, Guido Panvini, Giuseppe Parlato, Alessandro Santagata e Bruno Settis per i consigli preziosi che mi hanno riservato. Le archiviste e le bibliotecarie della Fondazione Ugo Spirito – Renzo De Felice mi hanno supportato in fase di ricerca con puntualità e competenza. Infine, la Direzione della Fondazione Gramsci che ha reso possibile la pubblicazione del volume: Silvio Pons ha letto più volte il manoscritto e i suoi suggerimenti sono stati fondamentali per meglio definire la contestualizzazione internazionale e le implicazioni di carattere nazionale; il dialogo e l’amicizia con Francesco Giasi sono stati essenziali per la mia maturazione di studioso e il ringraziamento che gli devo va oltre la scrittura di questo libro. Il mio pensiero più affettuoso è per Bianca Dematteis che oltre a leggermi con grande attenzione mi è sempre stata vicina in questi anni.